domingo, 6 de março de 2011

Música própria do 2º Domingo da Quaresma / Dominica Secunda Quadragesimae

Beato Angelico, A Transfiguração (fresco), Florença - Conv. S. Marcos (1441-43)


Partituras do Próprio dêste Domingo em Canto Gregoriano em Latim (PDF).

Cântico de Entrada Tibi dixit cor meum



Para além da nossa gravação, não deixeis de ouvir a gravação (MP3) disponível no sítio do Pontifício Instituto de Música Sacra, bem como esta do eslovaco:



Comentário de Tiago Barófio acêrca deste intróito:
Il primo introito previsto oggi – Tibi dixit cor meum – riprende alcune parole del salmo 26 (vv. 8-9). Sono l’espressione di un’esperienza segnata dalla ricerca di D-i-o, una ricerca che in quaresima si libera da tanti pesi inutili, ricupera maggior forza e si fa più intensa. Su questa esperienza il salmo ci dice soprattutto due cose. 
La ricerca di D-i-o è un processo lungo, senza conclusione, che si muove da profondo della persona, dal cuore. Non si basa su calcoli opportunistici che finiscono spesso per cercare alibi e false convinzioni al fine di giustificare tiepidezze, disimpegno, abbandono dell’itinerario di fede. La ricerca che parte dal cuore coinvolge la totalità della persona, tutta assorbita da questo processo, giorno e notte, nella preghiera e nel lavoro, nella solitudine e nell’immersione nel sociale.
La ricerca di D-i-o si rivolge a una Persona che s’incontra scoprendone il volto, nelle fattezze concrete di Cristo Gesù. Non ci si può trastullare con pie considerazioni e propositi tanto effervescenti quanto vani.
Occorre tendere l’orecchio del cuore con l’udito dell’amante del Cantico dei Cantici che avverte il più leggero fruscio. Si assorbe in sé la pur minima risonanza, si scorgono le orme anche nel mare che si richiude al passaggio: quesivi vultum tuum, vultum tuum requiram. L’appagamento di una visione è l’aprirsi a uno scenario successivo: più nitido, più vicino, più concreto. Fino a quando la visione si fonde nell’unione. Nella vita in Cristo, quando con l’apostolo si potrà mormorare e gridare “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”.
Il secondo introito è tratto dal salmo 24 e inizia con un’invocazione tra le più struggenti: Reminiscere miserationum tuarum. Ricordati, D-i-o, dell’abbondanza del tuoi gesti d’amore. È bene notare che anche in italiano l’azione mnemonica si può esprimere con due verbi: ricordare e rammentare. Cuore e mente sono chiamati a entrare in sinergia. La preghiera sale dal cuore e attraverso il volto raggiunge il cuore dell’Interlocutore. A lui ci si abbandona fiduciosi, sapendo che i nemici non riusciranno a trionfare e che anche le strettezze saranno sciolte.
Un’importante indicazione è suggerita dalla melodia. Essa ha una struttura maqam (variazione della struttura) ed è in IV modo. Sin dall’inizio (Reminiscere) si osserva un fenomeno frequente nelle melodie in tritus: l’innalzamento frequente dei mi al fa e dei si al do. La consegiuenza di tali interventi è non solo una modifica del tessuto melodico, bensì anche una brutta confusione nella percezione modale.
Basta però affidarsi alla trasmissione del canto in area beneventana per ristabilire un certo ordine. Di là dalle parole che cosa dice l’introito Reminiscere? La melodia rimanda senza ombra di dubbio a un altro introito, Resurrexi(t) di Pasqua. Siamo cioè di fronte ad una stretta associazione di idee musicali che riflettono un vincoli inscindibile nella storia della salvezza di cui i cantori compositori avevano una chiara coscienza. Il gesto in cui culmina la rivelazione dell’amore è il mistero pasquale della passione-morte-risurrezione del Figlio. Ed è la Pasqua del Risorto che già appare in filigrana nella quaresima e nei suoi canti. Melodie che sempre è necessario cantare partendo dai testi, talora penitenziali, ma sempre illuminati dall’evento pasquale.
Êste segundo intróito, Reminiscere, Recorda-Te das tuas comiserações, Senhor, e das tuas misericórdias, porque desde há séculos existem: para que nunca nos dominem os nossos inimigos: livra-nos, Deus de Israel, de todas as nossas angústias, aqui na interpretação do Pedro Emanuel Desmazeiros:




Gradual Responsorial, que deve cantar-se em vez do Salmo Responsorial, é o Sciant gentes quoniam nomen tibi Deus , aqui na versão simplificada dos Chants Abrégés;



Tracto, que substitui a Aleluia no tempo da Quadragésima, é o Commovisti Domine terram. Vale a pena ler o comentário de Tiago Barófio:


4 Commovisti, Domine, terram, et conturbasti eam
Sana contritiones eius, quia mota est
6b Ut fugiant a facie arcus, ut liberentur electin tui (sal 59, 4. 6b) (sol plagale - VIII modo)

4 Hai scosso la terra, l'hai squarciata, risana le sue fratture, perché crolla.
6 [Hai dato un segnale ai tuoi fedeli] perché fuggissero lontano dagli archi.
7 Perché i tuoi amici siano liberati, salvaci con la destra e a noi rispondi.

La formula salmodica del tratto in stile melismatico rispetta ancora, in alcuni casi, la proposta musicale originale. Al contrario di quanto si potrebbe pensare oggi, il melisma non caratterizza la sillaba tonica delle parole dilatandola e mettendola, quindi, in evidenza. Il vocalizzo è posto sulla sillaba finale della parola al fine di renderla intellegibile (Commovisti, fugiant, arcus, liberentur, tui).
Per comprendere meglio il testo del tratto, è bene ricordare due cose: a] la situazione vitale in cui è nato e 2] il verso iniziale del poema. Il contesto è enunciato dal titolo. Esso ricorda le battaglie di Davide contro gli Aramei e la vittoria di Gioab contro gli Idumei. Il confronto con gli Aramei si risolve in una disfatta. Il re-poeta volge lo sguardo al di sopra delle vicende umane e coglie la presenza di D-i-o: “Dio, tu ci hai respinti, ci hai dispersi; ti sei sdegnato: ritorna a noi”.
Nel cammino quaresimale si avvertono con maggior evidenza le tensioni della vita quotidiana e la dimensione della lotta contro quanto e quanti c’impediscono di realizzare i nostri progetti. Spesso la tensione è vissuta in una dimensione puramente terrena e temporale, come se si trattasse di eliminare cose e persone che si frappongono tra noi e l’esito finale dei nostri impegni.
Il cantore avverte tutti: D-i-o non è estraneo alle vicende umane. Ci sono fratture che solo D-i-o è in grado di riparare: gli squarci aperti nel nostro cuore dilaniato e le nostre azioni ridotte a frammenti. La quaresima è anche il tempo propizio per fare il punto della situazione.
In primo luogo occorre riconoscere i “nemici” che ci minacciano. Pochi o molti che siano, dobbiamo identificarli per opporre una giusta resistenza e per non lasciarci intrappolare in reti inestricabili. Un primo passo da fare è una verifica che si trascura spesso tanto è ovvia. Non sarà forse il caso di controllare se il principale nostro nemico non siamo noi stessi? “Amare D-i-o sopra tutti e tutto, e amare il prossimo, compresi i nemici, come noi stessi”. Sì, amare noi stessi, è il fondamento su cui si possono costruire le relazioni con l’Altro e con gli altri. È illusorio pretendere di amare D-i-o e il prossimo quando non si è in grado o non si vuole amare noi stessi. Il che non significa affatto concederci tutto ciò che ci passa per la mente, bensì cercare di ricostruire in noi l’immagine di D-i-o, ricuperare l’identità di figli di D-i-o, essere misericordiosi come Cristo ci ha insegnato con il suo esempio; affermare la verità a qualsiasi prezzo, anche contro i nostri interessi contingenti; godere della vera libertà che ci affranca dalle catene dei disordini interiori e ci rende saldi di fronte alla minaccia e alle seduzioni del “mondo”.
È pure necessario riconoscere i nemici esterni. Il criterio primario non è il nostro vantaggio, bensì la relazione con D-i-o. Sono nostri veri nemici quanti si pongono nella società come nemici di D-i-o. Come trattarli allora? Con gli archi e aggiornati mezzi bellici? No! Con la misericordia che induca al riconoscimento del proprio errore e alla conversione. Operazione difficile soprattutto perché sotto sotto siamo convinti che i nemici non sono recuperabili. Per questo motivo è importante fare un cammino di conversione. Nel momento in cui cercheremo D-i-o con tutte le nostre facoltà e ci distaccheremo dalle nostre abitudini, daremo fiducia anche agli altri. Nessuno è perduto a priori. A tutti si spalanca la via della conversione, dell’amicizia con D-i-o e con tutti gli uomini. La via dell’esperienza taborica che trasfigura e illumina l’esistenza.


O cântico do Ofertório é o Meditabor in mandatis tuis (Graduale Triplex e Offertoriale Triplex). Os versículos que alternam com a antífona são bastante ornados. Tendes tão-bem a partitura do Offertoriale Restitutum cum Versiculis (PDF).

Senhor, eu disse: "A herança que me toca é pôr em prática as vossas ordens."
São os versículos do ofertório!



A antífona da Comunhão é a Visionem quam vidistis nemini dixeritis, cujas palavras são do próprio Jesus, numa alusão ao Pão Divino que se come. De seguida a nossa gravação:


Outra gravação, do eslovaco:

 

Versão portuguesa A visão (mp3)

    Abaixo seguem num documento do Scribd alguns dêstes cânticos, que cantámos em 2011, com as traduções para português das orações em latim; podeis descarregar e imprimir à vontade.
    Proprium de Secunda Dominica Quadragesimae

    Não deixeis de ouvir o programa Domingo com o Papa Bento XVI, emitido pela cadeia televisiva italiana tv2000, e que começa com Timothy Verdon, especialista em arte sacra, analisando o fresco de Fra Angelico sobre a Transfiguração de Jesus diante dos Apóstolos. Depois ouvimos o Angelus do Papa Bento XVI sobre o Evangelho do II Domingo da Quaresma (5:40), um excerto do livro Jesus de Nazaré, do mesmo autor (9:50), e a leitura do capítulo 17 do Evangelho segundo S. Mateus.


    Toda a 2ª parte do programa é dedicada à música própria para este dia litúrgico, com as interpretações do intróito da missa Tibi dixit (0:00) e da comunhão Visionem (5:00) pelos Cantori Gregoriani de Cremona, explicadas pelo maestro Fúlvio Rampi (2:45).





    Sôbre estas duas antífonas, lêde êste interessantíssimo artigo:

    Obras maestras del canto gregoriano / Las antífonas de la Transfiguración

    El introito y la communio del segundo domingo de Cuaresma, en una nueva ejecución que nos ofrecen los "Cantori Gregoriani" y su Maestro

    de Fulvio Rampi




    TRADUCCIÓN


    Mi corazón te dice: he buscado tu rostro.
    Yo busco tu rostro, Señor,
    no me ocultes tu rostro.

    El Señor es mi luz y mi salvación: ¿a quién temeré?

    Mi corazón te dice…

    (Salmo 26, 8-9.1)

    *

    No contéis a nadie la visión hasta que el Hijo del hombre
    haya resucitado de entre los muertos.

    (Mateo 17, 9)



    ESCUCHA (con unos segundos iniciales de publicidad)











    GUÍA A LA ESCUCHA


    La historia de la liturgia romana da testimonio de una larga y compleja evolución de las estructuras del tiempo cuaresmal. De una Cuaresma de solo tres semanas, que se mantuvo hasta el siglo IV, se pasó gradualmente - sobre todo durante los pontificados de León Magno (440-461) y Gregorio Magno (590-604) - a una Cuaresma de seis semanas, llevando a cabo también diversos cambios en el repertorio de los cantos.

    En este elaborado recorrido hay, sin embargo, un punto firme en el orden, como indican las fuentes manuscritas litúrgico-musicales que surgieron a partir del siglo X.

    El segundo domingo de Cuaresma – según el esquema que, partiendo de susodichos libros litúrgicos, llega al concilio Vaticano II – era asimilable al IV domingo de Adviento, en el sentido que ambas festividades concluían una semana especial, perteneciente al ciclo litúrgico de las denominadas cuatro "tempora”, suprimidas por la reforma post-conciliar.

    La riqueza litúrgico-musical de estos cuatro momentos del año, que correspondían al inicio de las estaciones, era símbolo de la riqueza de los dones de la tierra. De hecho, la primera semana de Cuaresma está asociada a la acción de gracias por el aproximarse de la primavera, celebrada con especial solemnidad por la liturgia de las cuatro "tempora” el miércoles (feria IV), el viernes (feria VI) y, sobre todo, la noche del sábado, con una vigilia que se concluía al alba con la misa, que sustituía el oficio litúrgico dominical.

    A continuación sobrevenía, como en el Adviento, una especie de “vacío litúrgico” para el domingo que cerraba la semana, conocido como domingo que "vacat”, que falta. Los códices gregorianos más antiguos testimonian, sin embargo, que mucho antes del siglo X esta laguna ya había sido colmada y cada domingo conclusivo de las cuatro "tempora” estaba dotado de misa propia.

    No obstante, es importante notar que los cantos previstos por las antiguas fuentes para esta misa dominical no eran para nada “propios”, en el sentido que en gran parte habían sido retomados de la feria IV de la rica semana anterior.

    En sustancia, el proprio del segundo domingo de Cuaresma coincidía con el propio del miércoles de la primera semana, con la única excepción del "tractus" después de la primera lectura. Esto es, también, lo que testimonian los libros litúrgicos hasta la última reforma.

    Pero el "Graduale Romanum" de 1974 – fruto, efectivamente, de la reforma postconciliar – ha llevado a cabo un significativo cambio de ruta, al que es oportuno que dediquemos nuestra atención.

    Bastan los ejemplos de las dos piezas que aquí se ofrecen a la escucha – el introito “Tibi dixit” y el communio “Visionem” – para tener un cuadro suficientemente claro de lo que ha pasado.

    El cambio de ruta es ciertamente reconocible en la comparación entre las ediciones del gradual impresas antes y después del Concilio. Las dos piezas propias del miércoles de las "tempora" de primavera – cantadas durante varios siglos también el domingo sucesivo – eran el introito “Reminiscere” y el communio “Intellege clamorem meum”. Pero en el gradual de 1974 se ha conservado solo su colocación ferial original, mientras el domingo – aunque se ha dejado la posibilidad de utilizar el precedente introito – han sido sustituidos por el introito “Tibi dixit” y el communio “Visionem”.

    ¿Cómo se explica esta nueva elección? ¿Y de dónde provienen estos dos cantos, que nunca antes habían sido asociados a la liturgia de este segundo domingo de Cuaresma?

    Para responder a estas dos preguntas hay que tomar en consideración el título del segundo domingo de Cuaresma, llamado "de la Transfiguración del Señor”. Si bien la fiesta litúrgica de la Transfiguración cae el 6 de agosto, el correspondiente relato evangélico está proclamado en el rito romano de este domingo y en éste se ha mantenido, también después de la reforma, en los tres años del ciclo litúrgico, de modo distinto a lo que pasa con los sucesivos domingos de Cuaresma.

    El relato de la transfiguración, sobre todo el de Mateo, resalta de manera especial el “rostro” de Cristo que "resplandece como el sol”, tema bastante presente en la tradición del antiguo canto litúrgico. En el introito “Tibi dixit” – asignado en los antiguos códices al martes de la II semana de Cuaresma – el tema del rostro es absolutamente central y está estrechamente asociado al “quaerere Deum”, el buscar a Dios, principio esencial en la reflexión de la Iglesia.

    La colocación de este introito en el domingo de la Transfiguración responde, así, a una especie de principio de pertinencia, según el cual los textos cantados deberían evocar, en la medida de lo posible, el tema central de la celebración.

    De hecho, el compositor anónimo individua con claridad el punto saliente del fraseo en el inciso conclusivo de la primera frase: “quaesivi vultum tuum”, he buscado tu rostro. Unos valores musicales ampliados y una abundancia de notas llevan a cabo dicho propósito, a su vez preparado con sabia demora sonora construida gracias a la prolongada resonancia de los grados melódicos si-do, característicos del tercer modo, el "deuterus autentico". La insistencia modal se transforma en insistencia textual con la repetición y el nuevo decidido énfasis del mismo concepto (“vultum tuum, Domine, requiram”: tu rostro, Señor, buscaré), antes de que la mesurada súplica final (“ne avertas faciem tuam a me”: no me escondas tu rostro) realice la cadencia conclusiva, expresada eficazmente por una melodía que se inclina hacia las zonas más graves.

    También para el communio, como se ha dicho, la elección realizada por el gradual de 1974 se separa de la tradición anterior. Al communio “Intellege clamorem meum” – devuelto nuevamente a la feria IV, su colocación original – se ha preferido la breve antífona silábica “Visionem”.

    El principio de pertinencia, en este caso, es aún más evidente que en el introito. De hecho, el texto de esta antífona está tomado directamente de la conclusión del relato evangélico.

    Pero la elección sugerida por la pertinencia textual ha sido realizada, en este caso, a expensas de otro principio, que podríamos definir de coherencia, aún más importante si lo relacionamos con el canto gregoriano en su totalidad. El defecto de coherencia está en la disociación entre forma y contexto litúrgico, que la elección de esta antífona acaba provocando.

    No puede escapar a nuestra atención el hecho de que la antífona “Visionem” no pertenece al gran repertorio de la misa, sino al oficio divino. La falta de antífonas para la comunión, que hagan referencia directa al relato de la transfiguración, ha llevado a los compiladores del gradual de 1974 a utilizar una pieza tomada de otro repertorio gregoriano que, si bien es auténtica, ha sido pensada con características estilísticas distintas, íntimamente asociadas a la liturgia de las horas.

    La extrema “silabicidad” de esta antífona lo confirma explícitamente y reproduce el criterio – en realidad, bastante discutible – que ha inspirado en 1967 la compilación del "Graduale Simplex".

    El communio “Visionem” no es más que una antífona silábica del oficio divino, prestada al repertorio de la misa. Su destino original aclara “a priori” su naturaleza silábica: el estilo se mantiene simple y sostenido por una estructura modal esencial y fácilmente clasificable en el primer modo.

    La proclamación musical del texto está limitada a la pura materialidad de una correcta pronunciación, que hay que realizar sin particulares impulsos expresivos, pero con la naturalidad requerida por un estilo ordinario y un ritmo verbal asegurado por el respeto del valor silábico.

    14.3.2014 

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