terça-feira, 29 de março de 2011

Cânticos do 3º Domingo da Quaresma / Dominica Tertia Quadragesimae

Partituras:
  • Próprio autêntico (PDF)
  • Ofertório autêntico com versículos (PDF)

Programa televisivo: o Domingo com Bento XVI, de 27 de Março de 2011.
1ª parte, sobre a arte sacra e os ensinamentos do Papa Bento XVI:



2ª parte: Lê-se o Evangelho da Samaritana, e os Cantori Gregoriani cantam o intróito Oculi mei semper ad Dominum e a comunhão Qui biberit aquam quam ego do, a qual se deve cantar quando o Evangelho da Samaritana fôr lido. O maestro do grupo, Fúlvio Rampi, fala um pouco sobre as duas peças, a sua composição, os seus textos, e o seu lugar na liturgia do dia.




Sôbre o intróito dêste Domingo escreveu Tiago Barófio:
Nel cammino quaresimale è coinvolta la persona nella sua totalità. La prima frase melodica si apre in modo deciso (pes quadrato sol-re) e sottolinea lo sguardo fermo con cui gli occhi si rivolgono al Signore: sprigionano uno sfavillio di riconoscenza e di speranza “perché libera dal laccio il mio piede”. Lo sguardo dell’uomo da sempre cerca d’incrociare lo sguardo di D-i-o che per primo si è rivolto alla creatura assetata di misericordia “perché sono solo e infelice”. La melodia si sviluppa quasi in un recitativo di riflessione che indugia con la medesima formula sulla confessione della condizione estremamente precaria: mei, unicus, pauper.
Gli occhi di D-i-o e gli occhi dell’uomo a confronto: è il tema su cui il salmista tesse innumerevoli variazioni. 
Gli occhi di D-i-o “sono aperti sul mondo, le sue pupille scrutano ogni uomo” (10, 4b). Il suo occhio “scruta le nazioni” (65, 7). “L’occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia” (32, 18) ...
Gli occhi dell’uomo “si consumano nel dolore” (6, 8). Egli si sente prigioniero e confessa che “si consumano i miei occhi nel patire” (87, 10), “per il pianto si struggono i miei occhi” (30, 10), “si spegne la luce dei miei occhi” (37, 11).
Occorre educare gli occhi a guardare nel modo giusto per vedere le realtà vere. “Distogli i miei occhi dalle cose vane” (118, 37). “T’indicherò la via da seguire, con gli occhi su di te, ti darò consiglio” (31, 8): è una parola di liberazione di cui si fa esperienza nel ruminare la Parola. “I comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi” (18, 9). Anche oggi sale la preghiera “i miei occhi prevengono le veglie della notte per meditare sulle tue promesse” (118, 148); “i miei occhi si consumano dietro la tua promessa” (118, 82), “si consumano nell’attesa della tua salvezza” (118, 123). “I comandi del Signore sono limpidi, danno luce agli occhi” (18, 9). “Signore, conserva la luce ai miei occhi, perché non mi sorprenda il sonno della morte” (12, 4). “L’occhio del Signore veglia su chi lo teme, su chi spera nella sua grazia (32, 18). “Gli occhi del Signore sui giusti” (33, 16) ...
Aprire gli occhi e tenerli spalancati con uno sguardo attento e umile, non è facile. “Aprimi gli occhi perché io veda le meraviglie della tua legge” (118, 18). Con il nostro solo sforzo, rischiamo di vanificare la vista, levare gli occhi con superbia (cfr. 130, 1), lanciare silenziosi strali di cattiveria, disprezzo. Signore, abbassa i miei occhi quando sono superbo” (cfr. 17, 28), in certe situazioni è meglio che Tu offuschi i miei occhi, che io non veda (cfr. 68, 24). “Hanno occhi e non vedono” (113, 13 = 134, 16). “Non strizzi l’occhio chi mi odia senza motivo” (34, 19). “Chi ha occhi altezzosi e cuore superbo non lo potrò sopportare” (100, 5).
Ma gli occhi di D-i-o “sono aperti sul mondo, le sue pupille scrutano ogni uomo” (10, 4b). “A te, Signore mio D-i-o, sono rivolti i miei occhi, in te mi rifugio, proteggi la mia vita” (140, 8). “La tua bontà è davanti ai miei occhi” (25, 4). Gli sguardi che si rincorrono segnano la storia del popolo di D-i-o. “Gli occhi di tutti sono rivolti a te in attesa e Tu provvedi loro il cibo a suo tempo” (144, 15). La dimensione comunitaria implica la responsabilità di ciascuno: “non concederò sonno ai miei occhi ... finché non trovi una sede per il Signore” (131, 4.5). È la dimora multiforme del tempio celeste, delle chiese edificate dalla mano dell’uomo, del santuario interiore innalzato dalla Spirito in cui risuona il canto del cuore: una vibrazione che risuona nelle melodie della liturgia.
3-3-2013

Outra interpretação, do eslovaco:





Versão polifónica do intróito Oculi mei semper ad Dominum, quia ipse evellet de laqueo pedes meos: respice in me, et miserere mei (quoniam unicus et pauper sum ego) da autoria de Estêvão Lopes de Morago, importantíssimo compositor e Mestre de Capela da Sé de Viseu nos finais do século XVI e inícios do século XVII, aqui na interpretação da capella eborensis:



Aqui na interpretação das Voces Angelicae, com imagens da igreja de São Lourenço em Almancil.




Tracto Ad te levavi óculos meos, cantado pelo eslovaco:




Comentário de Tiago Barófio sôbre êste mesmo tracto:
VIII modo (sol plagale)

Ad te levavi oculos meos, qui habitas in caelis.
Ecce sicut oculi servorum in manibus dominorum suorum,
Et sicut oculi ancillae in manibus dominae suae,
Ita oculi nostri ad Dominum Deum nostrum, donec misereatur nostri.
Miserere nobis Domine, miserere nobis
(sal 122, 1-3)

Le formule melismatiche della salmodia direttanea scandiscono principalmente le sezioni cadenzali. Anche in questo tratto esse offrono l’occasione per sostare sul testo quel tanto di tempo necessario al fine di interiorizzare l’esperienza davidica oggi concentrata sulla categoria dello sguardo e della visione.
Prima del tratto è l’introito a ricordarci che lo sguardo è un fatto estremamente importante, perché permette alla nostra interiorità di manifestare un’incontenibile tensione verso gli altri. “I miei occhi sono sempre rivolti al Signore, perché libera dal laccio il mio piede” (sal 24, 15). Quando le catene cadono e si spezzano lasciando libera la persona, allora si avverte come la vita respira e si dilata. Il volto ripiegato dal timore e dalla vergogna, oppresso dal peso delle colpe, si risolleva con timidi tentativi e sorride. Uno dopo l’altro si scoprono i segni della misericordia per troppo tempo ignorati e incompresi. Si ricupera lentamente uno stile di vita: gli occhi del cuore restano sempre rivolti al Signore.
Il cantore invita a una verifica del nostro vivere secondo la dinamica quaresimale della conversione. In poche parole: abbiamo uno sguardo? Quale realtà riesce a esprimere? A chi si rivolge?
C’è sguardo e sguardo. L’occhio vivo del bimbo che si rivolge alla mamma rivela una profondità di affetto sincero che le poche parole balbettate non riescono a esprimere in maniera adeguata. L’occhio spento del profugo si perde nel vuoto e grida tutta l’impotenza, la rassegnazione di chi si è arreso e non ha più la forza di reagire. L’occhio infuocato dell’arrogante sprizza veleno con cui il disgraziato condisce parole insensate e truffaldine. L’occhio velato di lacrime lascia trasparire squarci di speranza al capezzale di un ammalato e di un moribondo. L’occhio glaciale di un cinico suggella il disprezzo verso il prossimo molto più di quanto possano farlo calunnie e irrisioni. L’occhio tremolante di un giovane ricerca con ansia e speranza il cammino da percorrere per raggiungere la maturità. L’occhio di un cieco si apre alla visione di D-i-o senza essere trattenuto e sviato da altre immagini …
Ogni sussulto del cuore si ripercuote negli occhi, la finestra dell’anima che invano possiamo sforzarci di sbarrare, nascondere, orientare. Lo sguardo è più eloquente delle parole e svela il tradimento di certi silenzi.
La quaresima è una scuola privilegiata in cui possiamo imparare a ricuperare la capacità dello sguardo. Nella duplice prospettiva: a] vedere e comprendere quanto va colto con attenzione; b] comunicare la verità del nostro essere. 
Il salmista propone due maestri che ci possono aiutare in questo esercizio, una vera ascesi. Sono il servo e la serva con la loro impazienza di cogliere ogni moto del volto e delle mani dei rispettivi padroni. Servi pronti a prevenire ogni loro richiesta perché nella volontà del signore identificano la propria volontà.
La società odierna propone altre relazioni, suscita altri interessi. Importante è che dall’esperienza sociale si sviluppi e consolidi un atteggiamento di fede. Senza dimenticare che, in realtà, è dalla relazione con D-i-o che impariamo a gestire i rapporti umani. Nel segno della misericordia, del perdono, della solidarietà, della gioia. Come canta un salmo “Ecce quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum”.


Ofertório Justitiae Domini rectae, aqui cantado pela nossa capella:




O Frei Manuel Cardoso compôs um motete polifónico da antífona de comunhão dêste Domingo, com o texto Aquam quam ego dabo si quis biberit ex ea, non sitiet in aeternum, dixit Dominus mulieri Samaritanae (PDF, MIDI), aqui brilhantemente cantado pelos canarinhos de Petropólis:


 

Ainda sôbre a antífona da comunhão Qui biberit aquam, em boa hora escreveu Fulvio Rampi:

Obras maestras del canto gregoriano / La antífona de la Samaritana

Es el communio del tercer domingo de Cuaresma, en una nueva ejecución que nos ofrecen los "Cantori Gregoriani" y su Maestro

de Fulvio Rampi




TRADUCCIÓN


El que beba del agua que yo le dé,
dice el Señor a la Samaritana,
se convertirá en él en fuente de agua
que brota para la vida eterna.

(Juan 4, 13-14)

Sacaréis agua con gozo
de los hontanares del salvador.

El que beba del agua...

Exultad y alabad, moradores de Sión,
pues grande es en medio de vosotros el Santo de Israel.

El que beba del agua...

(Isaías 12, 3.6)



ESCUCHA







GUÍA A LA ESCUCHA


La página evangélica del tercer domingo de Cuaresma propone, para el año A del ciclo litúrgico trienal, el episodio del encuentro entre Jesús y la Samaritana en el pozo de Sicar. Por este motivo, el "Graduale Romanum"  incluye, entre las piezas propias de esta misa festiva, el communio “Qui biberit aquam”, cuyo texto está extraído del relato de Juan.

Sin embargo, hay que especificar que la ubicación original de esta antífona era distinta, tal como revelan las fuentes manuscritas medievales. Efectivamente, estaba asociada a la feria VI, es decir, al viernes de la tercera semana de Cuaresma, o a algún día más tarde, pero no a un día festivo.

Esta puntualización es válida también para los sucesivos domingos cuaresmales: el Gradual de 1974, fruto de la reforma litúrgica post-conciliar, tiende a asociar el communio, siempre que es posible, con el Evangelio del día.

Ya hemos visto, a propósito del segundo domingo de Cuaresma, cuáles son las ventajas y los límites de dicha elección, llevada a cabo en base al principio de pertenencia, pero expuesta al riesgo de un defecto de coherencia.

Si la pertinencia concierne esencialmente al texto, la coherencia lo hace respecto al plan estilístico-formal. Hay que valorar el desplazamiento de piezas de su ubicación original en ambos planos. Por ejemplo, no coinciden, precisamente por un defecto de coherencia, en la transposición de la antífona del oficio divino “Visionem quam vidistis” a communio del segundo domingo de Cuaresma.

Es distinto el desplazamiento del communio “Qui biberit aquam” de una misa ferial a una misa dominical. En este caso, la pertinencia textual está acompañada de una coherencia formal al tratarse de una antífona perteneciente al repertorio de la misa que destinada a un mismo momento ritual, el de la comunión.

Como remate, hay que añadir que si bien la recolocación que llevó a cabo el Gradual de 1974 satisface los principios de pertinencia y de coherencia formal, frecuentemente se deja de lado, como sucede en este caso, otro principio de coherencia, de impronta marcadamente litúrgica, que seguían los antiguos códices en mérito a la organización del repertorio de los cantos.

Se trata, en este caso, de la disposición original de las antífonas cuaresmales de la comunión, desde el miércoles de Cenizas al sábado que precede el domingo de Ramos.

Salvo concretas excepciones, en el rito romano los textos de dichas antífonas son tomados del salterio en riguroso orden número progresivo, empezando por el communio “Qui meditabitur” (salmo 1, miércoles de Cenizas) para acabar con el communio “Ne tradideris me” (salmo 26, sábado de la V semana de Cuaresma). Si por una parte todo esto deja suponer una organización sistemática de las misas (celebradas cada día haciendo una pausa, una "statio", en una iglesia distinta de Roma), por otra resulta también evidente que el texto del salmo de estas antífonas de comunión no tiene un nexo directo con las lecturas de la misa correspondiente.

Entre las excepciones a dicho orden se incluían, en algunas misas feriales, las antífonas de comunión con textos tomados de los Evangelios, en especial del Evangelio de Juan. El Gradual de 1974 utiliza de hecho estas piezas para la compilación de las misas festivas, – según los criterios expuestos antes –, precisamente a partir del tercer domingo con el communio “Qui biberit aquam”.

El texto de esta breve antífona recuerda el momento central del encuentro de Cristo con la Samaritana: son las palabras que Jesús le dice y que resuenan como anuncio de salvación.

La respuesta musical a una concisión textual de esta densidad se encarna en la forma antifonal del communio y en el estilo compositivo semiadornado, estructuralmente vinculado a ella. Un estilo que, en verdad, oscila entre el silábico y el semiadornado, creando tanto momentos de fraseo a través de la utilización de figuras neumáticas, como neumas de pocas notas por sílaba, dispuestos con un soberbio arte retórico cuyo fin es revelar el sentido del texto mediante un sutil juego de equilibrios de valor.

Aparece con toda claridad, sobre todo en estos casos que unen la esencialidad de la línea melódica con la mínima dotación de sonidos por sílaba, uno de los pilares de la construcción gregoriana: el componente retórico como vehículo de exégesis.

A este propósito es inevitable que resuene la gran lección de Agustín, en la que radica todo el proyecto del canto gregoriano. En su tratado “De doctrina christiana”, Agustín enseña los “principios fundamentales del arte de hablar”, que podríamos considerar como una primera lección de canto gregoriano.

Basándose en la concreción histórica de la tradición de la Iglesia y aplicando las técnicas clásicas de la oratoria desarrolladas por Cicerón, Agustín individua los tres estilos de la elocuencia: el sencillo, el moderado y el sublime. El manejo de  la elocuencia y del arte retórico, según Agustín, están al servicio de la verdad y la variedad de estilos asegura su eficacia persuasiva.

¿Cómo no acercar los estilos de la elocuencia a los estilos compositivos de la melodía gregoriana? Si el estilo “sublime” encuentra respuesta en las composiciones adornadas y llenas de virtuosismos, los estilos “sencillo” y “moderado” encuentran su correspondencia directa en los cantos silábicos y semiadornados.

Nuestro communio se mueve en esta última esfera: los énfasis expresivos se realizan, efectivamente, haciendo uso de figuras fundamentales con valor alargado. En la primera fase, por ejemplo, destaca el énfasis melódico-rítmico del acento del primer sustantivo “àquam” en un desarrollo que, en general, es fluido. Énfasis realizado con dos notas ascendentes – "pes" – de valor largo y expresado de manera aún más rotunda por la disposición fluida de todo el contexto precedente: “Qui biberit”.

El primer énfasis, por tanto, es evidente en “aquam”, que se convierte en el significativo título del relato. La vacilación que se realiza utilizando una grafía licuecente – "cephalicus" –  sobre el pronombre siguiente “quam” (diferenciándolo así de la precedente sílaba final de “a-quam”), introduce un segundo énfasis sobre “ego”, necesario para precisar que es Cristo mismo quien da el agua.

Tras el inciso de enlace “dicit Dominus Samaritanae”, con el que se confirma la estructura modal de la pieza en "tetrardus" auténtico, o séptimo modo, sigue la segunda y última frase, en la cual podemos individuar otros énfasis significativos.

Por ejemplo, es interesante observar como en el inciso “fons aquae salientis” cada acento está dotado de figuras neumáticas de valor largo. Dentro de este fragmento textual destaca el significativo añadido de una nueva licuecencia – "ancus" – sobre la sílaba tónica del adjetivo conclusivo “saliéntis”, que deriva hacia un redondeo silábico que extiende aún más el valor de toda la palabra y que, creando un punto privilegiado de fraseo, concreta la naturaleza del agua ofrecida por Cristo.

La cadencia final – “dulcis in fundo”, quiere decir – coincide con el énfasis más importante de toda la pieza. Esta agua es “para la vida eterna”. Encima del acento de esta última palabra encontramos, de hecho, un verdadero y proprio melisma, puesto de relieve aún más por el estilo contenido del communio, signo de una amplificación sonora y, por tanto, de sentido, reservada a esta cadencia conclusiva.

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La partitura musical reproducida más arriba está tomada del "Graduale Triplex seu Graduale Romanum Pauli PP. VI Cura Recognitum", Abbaye Saint-Pierre de Solesmes, 1979, p. 99.

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21.3.2014 


O Gradual Romanum propõe uma outra versão para esta comunhão, com o mesmo texto, mas com melodia diversa, no III modo. Sôbre isto, escreveu Bruder Jakob:


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