domingo, 29 de maio de 2011

Cânticos do 6º Domingo da Páscoa / Hebdomada VI Paschae

Partituras:
  • Próprio autêntico (PDF)


Meditar a Palavra de Deus proposta para o ano A com o Papa Bento XVI


O intróito Vocem iucunditatis annuntiate et audiatur, alleluia (2:19, comentado aos 4:28):


L’invito del profeta Isaia (48, 20bc) a rompere le ultime resistenze e a prorompere in un annuncio vibrante di gioia, è amplificato dallo slancio della formula d’intonazione di III modo (mi autentico). La medesima formula d’intonazione è ripetuta subito una seconda volta con l’effetto di aumentare l’intensità dell’annuncio: questo giunge ad extremum terrae toccando l’apice melodico (un mi acuto seguito da quattro re). Nella sobria ebbrezza dello Spirito il quadro si chiude (ma non finisce!) con la confessione di fede: il Signore (unica tristropha del brano sulla sillaba iniziale Dominus) ha liberato il suo popolo. Il clima pasquale risuona in modo esplicito alla conclusione della prima e terza frase con il canto rispettivamente di uno e di due alleluia
Il quadro proposto è pervaso da una leggerezza dello spirito che tre volte si libra verso l’acuto partendo dal re grave nelle ricordate due formule d’intonazione e nel grido alleluiatico finale. La potenza della Parola coinvolge nella sua corsa gloriosa i cantori: con il canto essi innalzano la loro stessa esistenza. Silenzio e suono, adorazione e immersione fattiva nel sociale creano nuovi spazi dove la Parola si carica di armonici esistenziali che le permettono di vibrare con rinnovata intensità, superando tutte le barriere e farsi udire ovunque, raggiungendo ogni intelligenza, penetrando in ogni cuore. 
È evidente che l’annuncio si propaga nella misura in cui il canto/vita diviene credibile, acquista un fascino irresistibile, desta stupore. Non l’impressione sconfortante della ricchezza materiale ostentata con cinismo, ma lo sconvolgimento abissale che mette in discussione le apparenze e scuote le palafitte vacillanti. Nonostante tutte le apparenze sono e rimangono strutture fragili disseminate nel tessuto melmoso – la Babilonia di sempre – dove si moltiplicano violenze, ruberie, disprezzo. È la non-vita in cui si riflette il vuoto lasciato dall’assenza di D-i-o.
Come fa il cantore a lanciarsi in questo programma esaltante e, insieme, insidioso. Egli rischia realmente di restare solo con l’ombra del dubbio che si allunga a dismisura, rischia di rimanere solo perché abbandonato e irriso, rischia di lasciarsi assorbire dal grigiore massificante e irresponsabile. Situazione, questa, vissuta dal salmista. Condizione “normale” in cui si è trovato il Reietto delle genti, il Servo sfigurato, l’Agnello senza macchia, il Crocifisso. Crocifisso, sì! Come un miserabile pezzente e delinquente. Si è preso la “rivincita” nel risorgere dai morti e nel donare la vita a quanti l’avevano e l’avrebbero perduta.
Vocem iucunditatis non è il canto di un gruppuscolo d’entusiasti che vivono su un altro pianeta e s’illudono di cambiare oggi il mondo. Il cosmo intero ha iniziato a girare per il verso giusto grazie all’incarnazione, morte e risurrezione del suo Creatore. Chi si lascia afferrare da Cristo, pur con tutte le sue miserie e la voce fioca e forse anche stonata, diviene cantore delle meraviglie. Questa è la condizione che s’inserisce nella storia, come suggerisce anche la premessa alle parole di Isaia. Vocem iucunditatis è la necessaria conseguenza di un no deciso al male, ai nemici di D-i-o, a quanti s’illudono di dominare il mondo con la prepotenza e l’inganno. Vocem iucunditatis è il canto che accompagna la fuga da Babilonia, ma non è il segnale della disfatta, della ritirata. È il grido gioioso ed esaltante che accompagna il corteo vittorioso di Cristo.

Na comunhão canta-se Non vos relínquam orphanos, aqui comentada por Tiago Barófio:
Il Missale Romanum presenta come canto di comunione uno stralcio del Vangelo del giorno (Gv 14, 15-21): “Si diligitis me, mandata mea servate. Et ego rogabo Patrem, et alium Paraclitum dabit vobis, ut maneat vobiscum in aeternum, (alleluia)” (Gv 14, 15-16).[Nota 1] Il Graduale propone invece un ampliamento della medesima pericope “Non vos relinquam orphanos, veniam ad vos iterum alleluia, et gaudebit cor vestrum, (alleluia alleluia)” (Gv 14, 18 + 16, 22 b). [Nota 2]

La melodia in fa autentico (V modo) all’inizio insiste sulla dominante do, mentre nel secondo inciso predomina la coppia la/sol. Con maggior vigore è evidenziato poi nuovamente il do. Emerge così l’annuncio della gioia (gaudebit) in quanti non sono abbandonati a se stessi (ophani) e che fanno della loro vita un canto di lode a D-i-o, come ben sottolinea il primo dei due alleluia finali.

Un destino crudele sembra prendersi gioco dei discepoli di Cristo. In situazioni personali differenti e in contesti sociali diversi, ieri come oggi, si vive l’angustia della separazione dal Signore. A volte sembra del tutto assente, talora lontano. È come se avesse proseguito per la sua strada abbandonando quanti aveva interpellato e accolto tra i suoi. Emozionanti esperienze d’intima adesione a comunione di vita si alternano a zone d’ombra, buchi neri. Si vive nell’isolamento e nello sgomento che paralizza i piccoli ai quali, improvvisamente e senza preparazione, viene a mancare la mamma, forse anche il babbo.

Lo stato di orfani non può essere relegato nella letteratura. È esperienza quotidiana di tanti piccoli e grandi che si aggirano spettrali tra le nostre vie. Ad esempio, gli orfani delle guerre medio-orientali e delle tragiche attraversate del Mediterraneo alla ricerca di una nuova patria dove poter vivere una vita degna di un figlio di D-i-o. Sguardi atterriti che suppliscono alla voce soffocata e muta dal dolore. Sguardi rivolti verso un punto lontanissimo dove arde una fiammella di speranza. Sguardi che scavano nel cuore di chi li vede e forse vorrebbe evitarli perché sono spade che entrano nel vuoto. Nel vuoto del cuore di noi altri, noi pure orfani.

È il vuoto che nessuno può colmare, se non LUI che non abbandona i figli e i fratelli, ma cerca di orientarci verso nuovi orizzonti. Cerca di suscitare speranza nell’attesa del Paraclito. Vuole che lo seguiamo nello spogliamento purificatore della nuda fede. Vuole che misuriamo da soli i nostri limiti e le nostre possibilità, i doni che il Padre ci ha elargito ut in omnibus glorificetur Deus.
Bruder Jakob

[nota 1] Varie sezioni del testo si possono trovare in antifone come, ad esempio, “Si diligitis me, mandata mea servate, alleluia alleluia alleluia” (CAO 4886); “Si diligitis (Qui diligit/ Si quis diligit) me, mandata mea servate, et pater meus diliget eum, et ad eum veniemus, et mansionem apud eum faciemus, alleluia” (CAO 4906). - Rogabo patrem meum, et alium paraclitum dabit (mittam) vobis, alleluia” (CAO 4662). – “Ego mittam vobis spiritum veritatis, ut maneat vobiscum in aeternum, in illa die vos cognoscetis, quia a deo exivi, et in vobis ero, alleluia” (recensione di Worcester).

[Nota 2] Nella tradizione questa antifona era cantata la vigilia di Pentecoste e il sabato successivo. La tematica si trova anche in alcune antifone delle Ore, ad esempio, “Non vos relinquam orphanos, alleluia, vado et veniam ad vos, alleluia, et gaudebit cor vestrum, alleluia” (CAO 3941); “Non vos relinquam orphanos, alleluia, veniam ad vos iterum, alleluia” (CAO 3942); “O rex gloriae, domine virtutum, qui triumphator hodie super omnes caelos ascendisti, ne derelinquas nos orphanos, sed mitte promissum patris in nos spiritum veritatis, alleluia” (CAO 4079).


Sem comentários:

Enviar um comentário