sexta-feira, 24 de junho de 2011

Música própria do 13º Domingo do Tempo Comum / Hebdomada XIII per annum

Partituras:
Próprio completo PDF

Cântico de Entrada: Omnes gentes pláudite manibus (Graduale Romanum, p.297):


Comentário de Tiago Barófio:
Clicai e vêde.
Introito in fa plagale (VI modo), particolare sin dalle prime note (il motivo si vedrà tra poco). Una grande onda melodica tocca all’inizio il do grave e s’innalza al la acuto prima di frangersi per due volte sul re cadenzale della prima semifrase e della prima frase. L’onda riprende vigore e s’impenna sino a raggiungere il culmine del do che ricama all’acuto un abbellimento relativo al la preparato dal torculus speciale initio debilis. Con questa mossa strategica sono messe in evidenza sia la parola chiave del canto sia la sillaba tonica (iubilate). La melodia indugia, tuttavia, sul protagonista della scena salmica che è e rimane sempre D-i-o. Segue un allentarsi della tensione e l’onda melodica sempre più debole s’infrange e si dissolve sulla nota finale fa.
La messa “Omnes gentes” ha dietro di sé una storia particolare. È assente, ad esempio, nel cantatorio di Monza (sec. IX 1/3). Esplicita è l’annotazione dell’antifonario di Mont-Blandin (fine sec. VIII): “Ebdomata VII ista ebdomata non est in antefonarios romanos”. Di fatto, si tratta della situazione testimoniata, tra l’altro, dai graduali “romano-antichi”, da codici di Benevento (20, 38, 39, 40) e da qualche altro libro liturgico. Vari indizi raccolti da R.-J.- Hesbert, prima del 1932, fanno pensare che la messa “Omnes gentes” sia stata com-posta in realtà per la vigilia dell’Ascensione e che solo in un secondo tempo sia stata attribuita alla VII domenica dopo Pentecoste (che corrisponde alla nostra 13 domenica del tempo ordinario). Tra gli argomenti evidenziati da p. Hesbert, risalta l’identità melodica tra le due prime parole dell’introito e l’inizio dell’offertorio dell’Ascensione “Viri Galilaei” (in re, I modo).
Si è assai allargata la cerchia dei discepoli che sbigottiti, increduli, con la bocca spalancata osservano il Maestro ascendere e svanire nell’alto dei cieli. “Omnes gentes”. Ormai tutte le genti in ogni angolo della terra hanno sentito parlare di Gesù Cristo. Non sembrano però molte le persone che sentono e ascoltano la sua voce, intessono con lui un dialogo di silenzi, balbettii, sillabe e frasi appena accennate, canti ... Eppure, se Cristo non fosse sola una sigla, il marchio di una scandalosa e irriverente pubblicità – fuori e dentro la Chiesa – se Cristo fosse se non l’amico, almeno un compagno di viaggio verso cui tendere ogni tanto lo sguardo, cui rivolgere la parola in un incontro semplicemente umano – cioè tra persone che vivono e palpitano –, allora le cose sarebbero ben diverse. Non si avrebbe vergogna della sua presenza nella nostra vita, non nasconderemmo la nostra relazione con Lui, ma lasceremmo che la nostra vita, prima ancora delle nostre parole, parlasse di Lui.
Il cantore non esprime la propria fede con la sola musica vibrante dalle corde vocali. C’è la melodia che sgorga dal profondo, attraversa l’intera persona, la scuote e la piega, la ridesta dal torpore e mette in azione voce, sguardo, mani, piedi. Dalla gola non esce un canto, bensì una umile professione di fede. Lo sguardo sa rivolgersi in alto e sa osservare la terra in un equilibrio tra umiltà e consapevolezza di ciò che significa essere cristiani. Le braccia s’innalzano per offrire il crepitio di un applauso ritmato dal battito tumultuoso del cuore. Le gambe non si trascinano più stancamente; si tendono e si distendono imprimendo alla persona la cadenza del movimento per annunciare la vita del Risorto, la vita nel Risorto. La gioia pasquale dà nuovo colore alle voci. D-i-o è acclamato in Spirito e verità.

Salmo Responsorial
  • para o Ano B
    Dai graças ao Senhor, porque é eterna a sua misericórdia (PDF)


Alleluia Omnes gentes, aqui cantada pelo Pedro Francês:

Todas as gentes, aplaudide com as mãos, rejubilai em Deus com voz de exultação.





Ofertório Sicut in holocáusto:




Na Comunhão canta-se a Inclína áurem, aqui na voz do Pedro francês:

Inclina a tua orelha e apressa-Te para que nos tires fora.



No Ano A, canta-se a comunhão Christus resúrgens, aqui na voz do Pedro francês:

O Cristo resuscitando dos mortos já não morrerá, aleluia, a morte não mais O dominará, aleluia, aleluia.




Divulgamos aqui, mais uma vez, a celebração da Santa Missa na forma ordinária do rito latino da Igreja Católica, presidida pelo Padre Armindo Borges, o qual assegura, praticamente sozinho, toda a música do concentusordinarium e proprium ‒, para além, evidentemente, das partes do celebrante ‒ o accentus ‒, em latim e integralmente cantadas.

Ditas e em português, apenas as leituras primeira e segunda; o cântico após a primeira leitura, vulgarmente um salmo responsorial, será um graduale, em linha com a tradição secular do rito latino e de acordo com a Instrução Geral do Missal Romano.

Dos fiéis na assembleia espera-se que respondam cantando às orações do celebrante e que cantem algumas aclamações.

A missa terá lugar, como todos os domingos e dias de preceito, às 18h na Igreja do Santíssimo Sacramento, sita na Calçada do Sacramento, nº 11, Lisboa, ao Chiado.

Para os musicalmente mais competentes que se queiram associar ao Padre Armindo no canto das antífonas, aqui fica uma brochura para imprimir e levar para a missa, com a música do proprium do dia, e ainda com os textos das orações colecta, sobre as oblatas e pós-comunhão, acompanhados das respectivas traduções para português, retiradas do sítio do Secretariado Nacional da Liturgia e da Bíblia Online dos Capuchinhos, conforme o caso.

Se nos for possível, ainda disponibilizaremos uma brochura com o ordinarium e, eventualmente, uma outra com as respostas e aclamações da assembleia.
Caso não o consigamos fazer, aqui fica o Kyriale de Solesmes, com o ordinarium.

Partitura gregoriana no facistol

Partitura gregoriana no facistol: prática secular com focos de recuperação.
Amplify’d from www.chantcafe.com
Peter A. Kwasniewski, Professor of Theology and Philosophy and Instructor in Music History and Theory at Wyoming Catholic College, uses oversized editions of the chant for his schola. Doing this keeps the singers' heads out of the book, corrects the posture, and yields a better sound. No more hiding inside pages! In a wonderful way, this also recreates the medieval practice of singing from the one edition owned by the parish or monastery.

He made these posters by sending a file to a local printer. It was as simple as that. Now he keeps them in a giant binder and pulls them out as necessary.



Read more at www.chantcafe.com
E um facistol antigo:



quinta-feira, 23 de junho de 2011

Arcebispo Servo de Deus Sheen enaltece o Concílio Vaticano II

Pode ser-se católico tradicionalista e adepto do Concílio Vaticano II (CVII)? Só pode!
É ler os textos e verificar que a relação entre o que está realmente escrito ‒ e o que está escrito não deixa grande margem para interpretações ‒ e o que veio a fazer-se na Igreja pós-conciliar é praticamente nula.

Isto a propósito de algumas palavras do Arcebispo Servo de Deus Fulton Sheen no blogue Why I Am a Catholic ‒ que encontrámos através do indispensável boletim bidiário sobre notícias do mundo católico The Pulp ‒, prelado tido como conservador, sobre o CVII. Aqui ficam as que nos pareceram mais relevantes:
 "The tensions that developed after the Council are not surprising to those who know the whole history of the Church. It is a historical fact that whenever there is an outpouring of the Holy Spirit as in a general council of the Church, there is always an extra show of force by the anti-Spirit or the demonic. Even at the beginning, immediately after Pentecost and the descent of the Spirit upon the apostles, there began a persecution and the murder of Stephen. If a general council did not provoke the spirit of turbulence, one might almost doubt the operation of the third Person of the Trinity over the assembly."
(pp. 292–293).

Na mesma linha, noutra ocasião:

Remember this! The Holy Spirit never works with the majority, only with minorities.

Cânticos da Missa do Corpo de Deus, Solenidade dos Santíssimos Corpo e Sangue de Cristo / Corpus Christi, Sanctissimo Corporis et Sanguinis Christi









Ainda outra interpretação do intróito Introitus Cibavit eoshttp://youtu.be/FwDIHi0QaYU



Ainda sobre este intróito, escreveu Bruder Jakob:

«Tre piccole, incisive pennellate sonore caratterizzano il movimento melodico che s’innalza verso l’apice del messaggio di questo introito. “Cibavit”: la do-re fa; “et de petra melle”: do re fa sol; “saturavit”: re... fa-sol-la (salicus). Nella traduzione latina D-i-o ha saziato il suo popolo. La pienezza appagante ogni necessità è raggiunta grazie al fior di frumento e al miele di roccia, due doni sottolineati dall’insistenza sul fa (adipe) e dal gioco tra fa e sol (melle). Gli alleluia (1 + 3) danno voce all’accoglienza del dono. Esso è ricambiato con il sacrificio di lode intorno al quale i versetti della salmodia tessono alcune variazioni (Exultate, iubilate, sumite psalmum, date tympanum ...).

»Il salmo 80, 17 nella liturgia è riletto in chiave eucaristica e la tradizione all’unanimità ha cantato questo introito il lunedì dopo Pentecoste. Il cibo non è più sostentamento di viaggi impervi e avventurosi attraverso il deserto che si distende davanti agli esuli per quaranta anni. Ieri come oggi la Chiesa raccoglie i pellegrini dell’Assoluto che necessitano di alimenti ben più sostanziosi, dell’unico cibo che può essere pane di vita e bevanda di salvezza: il Corpo e il Sangue del Figlio crocifisso, sacerdote, altare e vittima nella forza dello Spirito santo.

»Nutrirsi dell’Agnello senza macchia per mille e mille anni pone due condizioni: 1] il dono che Gesù Cristo ha fatto di sé; 2] la possibilità di reiterare quel dono in ogni tempo e in ogni spazio. Quest’ultimo aspetto è forse ancora più sconvolgente del primo, perché comporta un superamento della condizione umana. Il Verbo incarnato, vero D-i-o, si è fatto uomo. Con il dono dell’Eucaristia e la consegna ai suoi discepoli (“fate questo in memoria di me”), un individuo fragile, com’è sempre il sacerdote ordinato, diviene Cristo stesso. Nella celebrazione dell’Eucaristia – chiunque egli sia, in stato di grazia o peccatore, bianco o nero, brillante o mediocre – il sacerdote attualizza e rende presente il dono. Prende il pane, lo spezza, lo offre ai fratelli e alle sorelle. Gesti umani divengono divini nel momento in cui pronuncia le parole “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo ...”.

»Il testo ebraico del salmo 80 (81), 17 ricorda che D-i-o è sempre pronto a sopperire ai bisogni più urgenti e vitali del suo popolo. A una condizione. “Iddio gli farebbe mangiare ... Io farei uscire succhi dolci perfino dalla rupe per saziarli” (trad. M. E. Artom; simile M. Buber). Le parole precedenti del salmo indicano in modo esplicito che il popolo non ha voluto dare retta al Signore, non l’ha seguito, ha rifiutato il suo dono preferendo gli idoli.
»Un cantore non ha la vocazione e il mandato di un sacerdote ordinato. Attraverso il suo canto non opera un fatto unico com’è la transustanziazione. Ma il cantore è pur sempre un profeta, attraverso la cui voce Cristo si fa presente. Presenza inquietante e consolatoria, illuminante sino a diventare accecante. Presenza che nutre il popolo di D-i-o a condizione che il cantore e l’assemblea abbandonino le seduzioni degli idoli e si mettano in ascolto assetati della Parola.
»Il diuturno ruminare la Parola nato da un amore appassionato – Lectiones sanctas libenter audire, confida san Benedetto – è la condizione prima per partecipare al banchetto nuziale di Cristo, Verbo abbreviato nelle Scritture e presente, pieno di vita, nell’Eucaristia.»


Graduale Oculi omnium:
http://youtu.be/BB28bC7wZWc

Salmo responsorial simples para o Ano B, em Canto gregoriano em Português: Tomarei o cálice da salvação (PDF) da autoria de Ricardo Marcelo, e cantado pelo dirigente coral do Oratório de São Josemaría Escrivá em Lisboa (MP3)!



Alleluia Caro Mea vero est cibus:
Sequentia Lauda Sion, cantada pelo eslovaco:





Communio Qui manducat:

Ainda sobre esta antífona de comunhão, escreveu Bruder Jakob:
Il Missale Romanum e il Graduale sono d’accordo nel proporre come antifona il testo di Gv 6,56, uno stralcio dal Vangelo odierno (Gv 6, 51-58).

La melodia in fa plagale si sviluppa lungo due archi. Il primo, più ampio, inizia dal do grave, si sofferma in modo vigoroso sul fa (“Qui manducat”) con due virgae episemate, si allarga un poco su “carnem meam” per sottolineare, se fosse necessario, di chi è la carne offerta in cibo. L’ascesa trova il culmine sull’altipiano sonoro del do acuto che evidenzia “sanguinem meum”, prima di concludere serenamente con la promessa “in me manet”. Nel secondo arco il discorso prosegue annunciando un altro aspetto della situazione: “et ego in eo”. Affermazione impegnativa (“dicit Dominus”) sia per chi pronuncia queste parole – il Signore Gesù – sia per quanti sono interpellati, ieri i discepoli, oggi tutti noi.

Penso talora con un misto di vergogna/panico/ironia al giorno precedente la prima Comunione. “Guai se toccate l’Ostia con i denti. Gesù si fa male!!!”. Per evitare questo pericolo e difendere l’incolumità di Gesù hanno inventato delle ostie di “carta velina” che si squagliano in un baleno. Eppure il Signore è stato chiaro: il banchetto eucaristico non è una rappresentazione teatrale, tanto meno una farsa per dare un contentino alle folle affamate e assetate di cibo materiale e ancor più di verità, giustizia, libertà, pace.

Non si tratta né di digiunare né di crepare per un’insana abbuffata (quando nella chiesa dei Salesiani, di fronte a casa, c’erano varie Messe in contemporanea alle 7,00 del mattino, alcune persone facevano a gara per farsi dare il maggior numero possibile di Ostie, saltellando da un altare all’altro al momento opportuno…). In gioco c’è semplicemente la nostra vita che ha bisogno di nutrimento. Vita che sperimentiamo nel quotidiano e nelle varie vicende dell’avventura sociale, certo. Ma questa è soltanto una premessa che ci aiuta a dirigerci verso la Vita, nel Vivere cioè in Cristo. A partire dalla Messa, dall’Eucaristia adorata nel silenzio, di giorno e di notte.

Il Cristo abbreviato nella materia del pane e del vino è lo stesso che si dona a noi – a tutte le ore e in tutte le circostanze (per chi si lamenta che le chiese sono spesso sbarrate e inaccessibili) – abbreviato nella Parola. Parola che possiamo leggere dai libri in molte lingue, tanti formati e edizioni. Parola di cui possiamo nutrirci, forse con maggior attenzione, dal libro della memoria dove lo Spirito santo l’imprime in modo indelebile.

Punto nodale dell’esistere cristiano rimane l’Eucaristia, un modo di essere di Cristo l’ “Emmanuele”, il D-i-o con noi. Per questo motivo, almeno una volta l’anno, il cantore invita tutti a lodare “in hymnis et canticis” colui che ci guida e ci fa da pastore. Seguendo la traccia scritta da san Tommaso d’Aquino – che per la musica del Lauda Sion Salvatorem ha ripescato la melodia parigina della sequenza Laudes Crucis attollamus – ci rendiamo prima di tutto conto della nostra insufficienza “Quantum potes, tantum aude, quia maior omni laude, nec laudare sufficis”. Ciò nonostante, non bisogna retrocedere: “Sit laus plena, sit sonora, sit iucunda, sit decora mentis iubilatio”. Anche per noi vale l’esperienza “umbram fugat veritas, noctem lux eliminat”.“

Ecce panis angelorum, factus cibus viatorum, vere panis filiorum … Bone Pastor, panis vere, Iesu, nostri miserere … Tu nos bona fac videre in terra viventium”.



Às 18h na Igreja do Santíssimo Sacramento, Lisboa:

Celebração na forma ordinária do rito latino da Igreja Católica presidida pelo Padre Armindo Borges, o qual assegura, praticamente sozinho, toda a música ‒ ordinário e próprio ‒, para além, evidentemente, das partes do celebrante, em latim e integralmente cantadas.

Ditas e em português, apenas as leituras ‒ o cântico após a primeira leitura, vulgarmente um salmo responsorial, será um graduale, em linha com a tradição secular do rito latino e de acordo com a Instrução Geral do Missal Romano.

Esta celebração, que aos domingos e dias de preceito tem lugar às 18:00 horas na Igreja do Santíssimo Sacramento, foi antecipada para as 16:15, no mesmo local, em virtude da realização da procissão do Corpo de Deus.

Todo o católico, fiel ao Magistério e ao Papa ‒ ao actual e a todos os anteriores ‒, que ama a liturgia do rito latino, deve organizar o seu dia de modo a poder participar nesta celebração, rigorosamente canónica e sumamente sagrada.

Faça-se munir de um missal bilingue, para poder acompanhar a celebração, e da tradução portuguesa do proprium desta missa; se sabe ler música, apetreche-se com o Graduale Romanum ou Graduale Triplex para poder cantar as partes que competem à assembleia e, eventualmente, associar-se ao Pe. Armindo Borges no canto do ordinário e do próprio.

Para aqueles pouquíssimos leitores do Divini Cultus Sanctitatem que não têm nenhum dos graduais acima mencionados, aqui ficam os cantos e as orações da missa de hoje ‒ SS.mi Corporis et Sanguinis Christi ‒ numa versão bilingue, latim-(hélas)inglês, graças às diligências do inestimável sítio da Church Music Association of America ‒ Musica Sacra ‒ extraído do Gregorian Missal.

NB: o Pe. Armindo é da escola de interpretação do canto gregoriano dita «de Solesmes» (não semiológica, portanto).

segunda-feira, 20 de junho de 2011

Música da Santíssima Trindade / Dominica I post pentecosten Sanctissimae Trinitatis

A Santíssima Trindade à Mesa na Casa de Abraão, por André Rublievo.


Partituras
  • Proprium (PDF) que cantámos nesta Missa, na versão do Graduale Restitutum, juntamente com parte do Ordinarium cantado.
  • Traduções para português para o pôvo (PDF)
  • Ofertório autêntico com versículos (PDF)
  • Cânticos próprios simples para as igrejas mais pequenas (PDF)






Comentário de Tiago Barófio:
Il testo dell’introito riprende liberamente la preghiera che l’angelo ha suggerito a Tobia e Tobit (Tob 12, 6) e introduce un esplicito riferimento alla “sancta Trinitas atque individua Unitas”.
La melodia pone vari problemi. È tramandata in fonti assai antiche (tra cui l’antifonario di Senlis dell’Antiphonale Missarum Sextuplex), ma non è originale. Ricalca l’introito Invocabit me della I domenica di quaresima. Non rispetta, tuttavia, l’articolazione dei periodi musicali e talora non fa coincidere gli accenti verbali con quelli musicali del modello, come si può vedere facilmente da un confronto. Il culmine melodico oggi si trova sulla parola giusta (confitebimur = glorificabo in quaresima), ma sulla sillaba sbagliata. Nonostante vari incidenti redazionali, il messaggio dell’introito è chiaro. È un invito a ripensare alla nostra vita per scoprire i segni della misericordia di D-i-o. Il prendere coscienza di essere amati da Lui con gesti concreti, quotidiani e imprevisti, apre il cuore e la mente alla glorificazione di D-i-o.
Ma chi è D-i-o?
La liturgia oggi invita il cantore a fermarsi e a creare uno spazio di silenzio, a non inseguire mille ragionamenti, ma a mettersi in ascolto dell’acqua che gorgoglia in fondo al cuore e si fa strada tra il deserto e i massi torrentizi della vita. Invita a vedere al di là delle cose, ad aprire tutti i sensi per cogliere la Presenza, senza lasciarsi intimidire e intimorire dalle tante cosiddette voci critiche che moltiplicano le obiezioni e creano, sen non altro, una grande confusione e un’aridità mortifera. 
D-i-o non è un dio come spesso e facilmente si pensa. È la Trinità santissima e l’Unità indivisa. Rimane un mistero che senza la fede diviene un’aberrazione senza senso. I Padri orientali non hanno avuto la pretesa iniqua di spiegare il Mistero – se è Mistero autentico, sfugge ad ogni spiegazione razionale –, ma si sono avvicinati percorrendo il cammino della bellezza. 
Il Padre è l’origine, ma non si vede; come le radici di una rosa che si sviluppa dalle tenebre della terra. Il Figlio è la rosa, pianta che porta foglie, spine e fiori: realtà concreta, palpabile. Lo Spirito è la fragranza che si espande invisibile e tutto pervade.
Nella preghiera d’adorazione il cantore irradia il profumo della bellezza attraverso il linguaggio dei suoni: le singole molecole – le singole note – si aggregano e divengono un flusso d’armonia sinfonica che ha la forza di rendere presente l’Indicibile, l’Invisibile, la Parola che si è fatta carne e che si fa attuale nella forza dello Spirito. Allora non si canta più con le sole corde vocali, ma con tutta la vita. 
Os, lingua, mens, sensus, vigor / confessionem personent” cantiamo all’inizio dell’ora Terza nell’inno Nunc sancte nobis Spiritus. Celebrare la Trinità è il primo frutto dell’accoglienza dello Spirito santo: è LUI che riconosce nel maestro rivoluzionario Gesù di Nazareth il Figlio del Padre; è LUI che nel silenzio ci conduce alla presenza del Padre. 
È lui che canta in noi e rende efficace il ministero dei cantori, come ci suggerisce Adamo di San Vittore nella sequenza che l’odierna liturgia propone come inno nell’ufficio delle letture a Pentecoste: “Lux iucunda lux insignis ...Corda replet, linguas ditat, / ad concordes nos invitat / cordis, linguae modulos” (la melodia è comune alla sequenza Laudes crucis attollamus che è servita da modello a Lauda Sion salvatorem dell’Aquinate).









Versão simples em latim (PDF):




Graduale: Benedictus es (nossa gravação)



    Salmo Responsorial simples em Latim Beatus populus quem elegit Dominus (PDF):









      Outra gravação, de Pedro Manuel Desmazeiros:









      Comunhão simples em Latim Laudate Dominum de caelis (PDF):




        quarta-feira, 15 de junho de 2011

        Uma defesa do Próprio do Ofertório

        Um dos aspectos controversos da reforma litúrgica ocorrida após o Concílio Vaticano II foi a surpessão da antífona do ofertório, a qual, ao contrário das antífonas do introito e da comunhão, não consta no Missal Romano aprovado pelo Papa Paulo VI em 1969 ‒ antífonas de introito e da comunhão que podem (devem?) ser lidas caso não sejam cantadas.

        Numa interessantíssima entrevista ‒ em boa-hora traduzida e publicada no sítio dos Cónegos Regulares de S. João Câncio ‒, Sua Excelência Reverendíssima, o Senhor Dom Atanásio Schneider, bispo auxiliar de Karganda, no Cazaquistão, fala nesta questão, põe em perspectiva histórica o rito do ofertório e propõe à consideração do leitor argumentos a favor da leitura ‒ ou do canto, acrescentamos nós ‒ das antífonas próprias de cada missa para esta parte da liturgia.

        Eis o excerto pertinente. Não deixe de ler toda a entrevista.
        Em toda a história da liturgia romana, mas também nas liturgias orientais, o Ofertório sempre esteve ligado à realização do sacrifício do Gólgota. Não se tratava de preparar a Ceia, mas antes o sacrifício eucarístico que tem por fruto o banquete da comunhão eucarística. O que se oferece, oferece-se para o sacrifício da Cruz: é aquilo que poderíamos chamar de “antecipação simbólica”.
        No Ofertório temos o eco de todos os sacrifícios do Antigo Testamento, desde os grandes ofertórios de Melquisedeque e de Abel. É uma progressão contínua até ao sacrifício do Gólgota. Por si só, esta visão bíblica justifica inteiramente o ofertório tradicional, para já não falarmos dos ritos orientais, que são ainda mais solenes na maneira como antecipam o Mistério da Cruz.
        Da mesma maneira que para Santo Agostinho «o Novo Testamento estava escondido no Antigo Testamento», também nós poderíamos dizer que a Consagração está escondida no Ofertório.

        Parece-me, pois, que o Ofertório tradicional poderá ser tudo menos heteróclito [=extravagante]. Bem pelo contrário, o que eu diria é que ele é um puro resultado da lógica bíblica aplicada à história da Redenção.
        
        Dom Atanásio Schneider, bispo auxiliar de Karganda, Cazaquistão

        domingo, 12 de junho de 2011

        Cânticos do Pentecostes / Dominica Pentecostes ad missam in die



        Pregação do Papa Bento XVI neste Domingo:



        O cântico de entrada Spiritus Domini replevit orbem terram alleluia (0:50), a explicação de Fulvio Rampi sobre as peculiaridades musicais do tempo Pascal (2:27) e a sequência Veni Sancte Spiritus (5:42):



        Comentário de Tiago Barófio sobre o intróito:
        L’introito di Pentecoste deriva il testo da Sap 1, 7. Con la triade re-fa-la entra nella scena, quasi in punta di piedi, lo Spirito santo. È lo Spirito di D-i-o che la successiva triade fa-la-do e il mi acuto (orbem) rivela nel suo dispiegarsi sull’universo intero. Pur nascosto e invisibile, quasi fosse sullo sfondo della storia, mentre ne è il protagonista principale, lo Spirito “conosce ogni linguaggio”. Affermazione la cui importanza è sottolineata dal secondo vertice melodico, di nuovo il mi. Lo Spirito conosce e, nel rispetto della libertà di ciascuno, è pronto a orientare, correggere, illuminare non solo le parole pronunciate dagli uomini ma, prima di tutto, i moti interiori e i pensieri più profondi, le radici da cui affiorano parole e atteggiamenti operativi. Che tutta questa complessa operazione non sia scontata e pacifica, lo suggerisce il versetto salmico. È un’accorata implorazione (Exsurgat) che ricorda la presenza infestante e continua dei nemici di D-i-o e dei suoi figli. 
        Il dono dello Spirito è l’atto che suggella il mistero pasquale; la Pentecoste conclude le sette settimane delle celebrazioni del tempo di Pasqua. Oggi sentiamo ancora il crescendo tonificante dell’ “alleluia” che cantiamo al termine delle due sezioni dell’introito. Ma che cosa accadrà domani? La storia rivela, purtroppo, che lo Spirito spesso scompare dall’orizzonte della vita cristiana: non se ne parla quasi mai oppure se ne rivendica quasi il monopolio in ristretti gruppi non sempre limpidi. 
        Nei secoli intorno all’anno 1000, i cantori hanno proposto centinaia di riflessioni oranti, frutto di una diuturna ruminazione. Mentre i teologi “ufficiali” si perdevano in labirinti di astratti ragionamenti, i ministri della Parola cantata hanno fissato il balbettio della loro fede alla ricerca della verità di D-i-o e dell’uomo. Sono in particolare i tropi del Kyrie eleison ha rivelare il tesoro di quella preghiera che il tempo ha reso ancor più preziosa. 
        Accanto ad approfondimenti della teologia trinitaria (aequalis patri filioque; flamen sacrum utriusue; amborum sacrum spiramen, nexus amorque; cohaerens patri natoque, unius usiae consistendo, flans ab utroque, vapor utriusque), i cantori del passato ci coinvolgono nella loro esperienza comunicandoci quanto hanno vissuto, proponendo alcuni squarci della loro esperienza per un sereno confronto rispetto a ciò che noi oggi pensiamo e viviamo. 
        Ecco una serie di titoli pneumatologici tratti da una dozzina di tropi del Kyrie della Messa: 
        fons vitae, vivifice spiritus vitae vis, amor summus, praepotens in munere septiformis gratiae, deus lucifluus, flamen almum cuncta replens lumine splendido tuo, ignis divinus, illustrator cordis/cordium, lux de luce, lumen aeternum pectora illustra, clarificans repletos caligine, distributor gratiae, largitor gratiae/veniae, advocate fidelium, consolator dolentis animae, medicina nostra et misericordia, expurgator scelerum, purgator culpae, salus nostra, solamen miserorum, virtus nostra, vivificans repletos caligine, vis purificans ... 
        Non resta che iniziare ogni nostro impegno liturgico con un’invocazione come quella che conclude il Kyrie Fons bonitatis (ed. Vaticana II): Kyrie, ignis divini pectora nostra succende, ut digni pariter proclamare possimus semper: eleyson.



        Aleluia Vinde Espírito Santo.


        A sequência Veni Sancte Spiritus, cantada pelo eslovaco:

        sábado, 11 de junho de 2011

        O Banquete da Fé, segundo Ratzinger

        «(...) Ratzinger opposes the utility music once advocated by Karl Rahner and Herbert Vorgrimler, who stressed its pedagogical value. "Ratzinger’s argument is that liturgy is about worship of the Triune God; it is neither pedagogy or psychotherapy" (p. 132). These are legitimate human needs, namely catechesis or making people feel cosy, but they might be catered for elsewhere. "A Church which only makes use of ‘utility’ music has fallen for what is, in fact, useless. She too becomes ineffectual. For her mission is a higher one …The Church must not settle down with what is merely comfortable and serviceable at the parish level; she must arouse the voice of the cosmos and, by glorifying the Creator, elicit the glory of the cosmos itself, making it also glorious, beautiful, habitable and beloved. Next to the saints, the art which the Church has produced is the only real ‘apologia’ for her history. … The Church must maintain high standards; she must be a place where beauty can be at home; she must lead the struggle for that ‘spiritualisation’ without which the world becomes the ‘first circle of hell’". (...)»

        ...citado numa conferência de liturgia há 2 anos. Citação deste livro: Feast of Faith: Approaches to the Theology of the Liturgy (7,48€ no Bookdepository, excertos gratuitos no Google Books).

        domingo, 5 de junho de 2011

        Música própria da 5ª F.ª da Ascensão do Senhor Nosso Jesus Cristo / in Ascensione Domini

        Partituras:
        Próprio Completo (PDF)
        Ofertório com versículo (PDF

        Magistério do Santo Padre, o Papa Bento XVI:



        Antífona de Entrada Viri galilæi quid admiramini (2:00)
        Antífona da Comunhão do Ano C Psallite Domino qui ascendit (8:05), com respectiva explicação teológico-musical (4:58)


        Homens galileus, de que vos admirais olhando o céu? Aleluia! Do mesmo modo que O vistes ascender ao Céu, assim virá, aleluia, aleluia, aleluia! Sal. Todas as gentes aplaudide com as mãos: rejubilai em Deus com voz de exultação.

        Salmodiai ao Senhor que ascendeu sôbre os céus dos céus ao Oriente, aleluia!









        Comentário de Tiago Barófio sobre este mesmo intróito:
        Il testo degli Atti degli apostoli (1, 11) fissa il dialogo chiarificatore e rassicurante tra l’angelo e gli apostoli ancora storditi dall’evento pasquale. Le parole scuotono sin dall’inizio, grazie allo slancio dirompente della formula d’intonazione del sol autentico (VII modo). Dal torculus initio debilis e il successivo fluido porrectus resupino (Galilaei) scaturisce una tensione che s’innalza verso la corda di recita sul re acuto. La seconda frase, da quemadmodum, si posiziona sulla dominante secondaria do, nota privilegiata in un’ampia sezione recitativa. Il triplice grido alleluiatico della terza e ultima frase si muove su tre gradini: dall’acuto re-fa-re scende al do-sol conclusivo dopo il passaggio intermedio la-fa-la. Da non esagerare lo spessore sonoro della tonica sol che conclude tutte e tre le frasi dell’introito. Nel problematico Graduale Novum, incuriosisce il ricupero di un si (caelum). Il si avrebbe potuto essere esteso anche alle due sillabe successive (i-ta) su indicazione della recensione ambrosiana dove il nostro Viri Galilaei si canta quale antifona ad crucem.

        Il porrectus resupino re-do-mi-re, collocato su sillaba tonica (Galilaei), è presente in due altri due introiti di VII modo: Iudicant sancti gentes e, in particolare, Puer natus est nobis ... humerum. Questo richiamo sposta l’attenzione del cantore sull’arco della peripezia terrena del Verbo incarnato, il periodo compreso tra Natale e l’Ascensione.

        Tra la discesa sulla terra e la successiva ascesa al cielo scorrono 33 anni che cambiano il destino dell’uomo e dell’universo intero. Chi ha accolto Gesù puer ora è costretto a congedarsi da Cristo risorto. Ci si sente smarriti dopo l’evento pasquale che atterrisce con la morte del profeta di Nazareth – vero uomo e vero D-i-o – e insieme acceca con la luce della risurrezione. Non sempre le parole di Gesù sono comprese per quello che dicono realmente. Spesso con i discepoli diciamo anche noi che abbiamo capito tutto: atteggiamento di un’ingenua furbizia con cui si vogliono evitare altre domande, le provocazioni del Maestro che finiscono sempre per mettere in imbarazzo denudandoci dalle tante maschere che coprono il nostro vero essere.

        La vita di fede è un seguire Cristo tra gli alti e bassi degli umori: L’esuberanza della sequela sincera s’intreccia con le poche o tante perplessità che coprono con la loro fredda ombra i momenti della prova. I discepoli hanno avvertito il distacco, hanno vissuto l’essere orfani con l’acuta sofferenza di Eliseo. Il canto nella liturgia non può evitare il dramma delle lotte interiori, ma nelle notti oscure ci accompagna nell’ascesa verso il Tabor illuminato dalla speranza. Il monte in cui si rincorrono gli echi della Parola con cui il Risorto e Asceso alla destra del Padre si fa presente e si dona a ciascun credente quale instancabile e sollecito compagno di viaggio.

        Alla Parola siamo chiamati oggi ad elevare attoniti lo sguardo per imparare ad ascoltare la sua voce e a vedere le sue orme nella storia quotidiana. Camminare soli con noi stessi, sulla promessa del Salvatore, nella luce dello Spirito, senza appoggi inconsistenti e illusori: è la condizione per riprendere il cammino verso il punto Ω dell’incontro finale e senza fine. Allora vedremo di nuovo Cristo – Lui che è disceso agli inferi per liberare i progenitori – scendere verso di noi per dare inizio alla nostra assunzione al cielo.

        Alleluia Ascéndit Deus in jubilatióne, aqui entoado pelo eslovaco:

        Deus ascendeu em jubilação, e o Senhor à voz da tuba!




        Ofertório Viri Galilaei, aqui cantado p'lo Pedro Manuel Desmazeiros:

        Homens galileus, de que vos admirais olhando o céu? Êste Jesus, que ascendeu de vós até ao Céu, êste mesmo virá, do mesmo modo que O vistes ascender ao Céu, aleluia!




        Comunhão Passer invenit, pelo eslovaco:




        Comunhão Data est mihi, para o Ano A, aqui comentada por Tiago Barófio:
        Il Missale Romanum propone la conclusione della pericope evangelica (Mt 28, 16-20): “Ecce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad consummationem saeculi (alleluia)” (v. 20). Il testo si trova sostanzialmente in un’antifona delle ore. Il Graduale presenta i due versi precedenti (vv. 18.19) in una composizione scritta in re autentico. Alla fine della prima sezione la melodia s’innalza su “caelo” e canta più al grave “terra”, quasi a sottolineare l’universalità della signorìa di Cristo tenendo ben distinta l’altezza del cielo nei confronti della terra in basso. In seguito, nel mandato ai discepoli di evangelizzare i popoli, il canto evidenzia l’universalità della missione. “Omnes gentes”: non solo raggiunge di nuovo l’apice al-sib la, ma si allarga con un pes quadrato liquescente. Nella professione di fede trinitaria la melodia distingue il riferimento al Padre dal Figlio, il primo all’acuto (fa-la-sol-la sol-fa), il secondo al grave (fa-mi-fa re-do do). Lo Spirito santo unisce entrambi, come rileva la formula musicale (sol la mi-fa do-mi-re re).

        L’Ascensione, più che rassicurare i discepoli, li lascia sgomenti e pieni di dubbi. Miniature medievali e un’emozionante ampia pittura del filosofo Jean Guitton (nella chiesa della Curia generalizia dei canonici premostratensi in viale Giotto a Roma) ritraggono la scena: in basso si vedono i soli volti esterrefatti dei presenti, mentre del Cristo si scorgono soltanto i due piedi. È il momento della verità, della scelta tra la Trinità e gli idoli, tra Cristo e il mondo, tra cielo e terra, Ieri per i discepoli. Oggi per noi. Nessuno escluso. In forza di quel battesimo che ci ha immerso totalmente nel destino di Cristo e ci ha reso partecipi della sua morte e della sua risurrezione.

        Un segno forte della sequela di Cristo è l’annuncio della buona novella. “Euntes docete omnes”.

        Euntes”: il verbo ricorda lo slancio propulsore della missione. Non ci si barrica in casa ben protetti e ripiegati su noi stessi con le nostre fragili e traballanti convinzioni religiose.

        Docete”: La fede è condivisione. Nell’audacia umile di chi osa proporsi come maestro perché è costantemente discepolo. Insegnamento che diviene scuola non solo per chi accoglie il messaggio, ma prima di tutto per chi si fa mediatore e vive nella trepidazione la sua vocazione-missione.

        Omnes”: non ci si rivolge ai vicini, a quanti non sollevano dubbi, a quanti non ci mettono in difficoltà con mille provocazioni. A tutti si è rivolto il Cristo nell’annuncio del regno. A tutti Cristo spalanca la sala del convito nuziale dell’Eucaristia e della salvezza. Non saremo noi a scegliere i “buoni” cui svelare di nascosto i segreti del Vangelo, noi a eliminare i “cattivi” che riteniamo indegni e incapaci di conversione.
        Se vivessimo con maggior coerenza il nostro essere cittadini nel cielo, probabilmente saremmo anche più radicati nella vita terrena. Vivendo nel mondo, senza essere del mondo.


        Bento XVI reitera o primado do canto gregoriano

        Il Papa ribadisce
        il primato del gregoriano
        di Massimo Introvigne
        31-05-2011
        canto gregorianoLa Santa Sede ha reso pubblica il 31 maggio la lettera, formalmente datata 13 maggio 2011, che  Benedetto XVI ha inviato al Gran Cancelliere del Pontificio Istituto di Musica Sacra, il cardinale Zenon Grocholewski, in occasione delle celebrazioni del centenario di fondazione dell’Istituto. La pubblicazione di questo documento era molto attesa e segue alcune polemiche giornalistiche su un tema che, comprensibilmente, sta a cuore a molto fedeli e che ha visto purtroppo negli ultimi anni l'ampia diffusione di abusi.

        Il Papa, sempre attento agli anniversari, ha ricordato che «cento anni sono trascorsi da quando il mio santo predecessore Pio X [1835-1914] fondò la Scuola Superiore di Musica Sacra, elevata a Pontificio Istituto dopo un ventennio dal Papa Pio XI [1857-1939]. Questa importante ricorrenza è motivo di gioia per tutti i cultori della musica sacra, ma più in generale per quanti, a partire naturalmente dai Pastori della Chiesa, hanno a cuore la dignità della Liturgia, di cui il canto sacro è parte integrante (cfr Conc. Ecum. Vat II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 112)».
        Il Papa ha voluto specialmente ricordare che il Pontificio Istituto di Musica Sacra fa parte a pieno titolo del sistema delle università pontificie e ha un legame speciale con l'Ateneo Sant'Anselmo dei Benedettini, specializzato in liturgia. «Codesto Istituto - ha detto il Papa - che dipende dalla Santa Sede, fa parte della singolare realtà accademica costituita dalle Università Pontificie romane. In modo speciale esso è legato all’Ateneo Sant’Anselmo e all’Ordine benedettino, come attesta anche il fatto che la sua sede didattica sia stata posta, a partire dal 1983, nell’abbazia di San Girolamo in Urbe, mentre la sede legale e storica rimane presso Sant’Apollinare».
        Ma la celebrazione non basta. Senza dubbio anche a fronte delle polemiche recenti, il centenario secondo il Pontefice dev'essere occasione per «cogliere chiaramente l’identità e la missione del Pontificio Istituto di Musica Sacra». A questo scopo, «occorre ricordare che il Papa san Pio X lo fondò otto anni dopo aver emanato il Motu proprio "Tra le sollecitudini", del 22 novembre 1903, col quale operò una profonda riforma nel campo della musica sacra, rifacendosi alla grande tradizione della Chiesa contro gli influssi esercitati dalla musica profana, specie operistica. Tale intervento magisteriale aveva bisogno, per la sua attuazione nella Chiesa universale, di un centro di studio e di insegnamento che potesse trasmettere in modo fedele e qualificato le linee indicate dal Sommo Pontefice, secondo l’autentica e gloriosa tradizione risalente a san Gregorio Magno [ca. 540-604]».
        I problemi di oggi, ha voluto spiegare il Papa, non sono - come capita in tanti altri campi - così nuovi come molti credono. Anche cento anni fa c'erano influssi indebiti della «musica profana» su quanto si cantava in chiesa, anche se allora ci si appassionava alle opere più che alle canzonette. Ma il Magistero è sempre dovuto intervenire. E per cento anni, ha ricordato Benedetto XVI, il Pontificio Istituto di Musica Sacra è stato chiamato a studiare e diffondere «i contenuti dottrinali e pastorali dei Documenti pontifici, come pure del Concilio Vaticano II, concernenti la musica sacra, affinché possano illuminare e guidare l’opera dei compositori, dei maestri di cappella, dei liturgisti, dei musicisti e di tutti i formatori in questo campo».
        La musica sacra, ha messo in luce il Pontefice, non sfugge al criterio fondamentale che fin dagli inizi del suo pontificato va illustrando in tutti i campi dove sono sorte perplessità e controversie nei tempi tumultuosi del postconcilio: le innovazioni ci sono state, ma vanno interpretate secondo una ermeneutica della «riforma nella continuità», che comprende una «naturale evoluzione» ma esclude ogni rottura. «Un aspetto fondamentale, a me particolarmente caro, desidero mettere in rilievo a tale proposito - ha sottolineato il Papa -: come, cioè, da san Pio X fino ad oggi si riscontri, pur nella naturale evoluzione, la sostanziale continuità del Magistero sulla musica sacra nella Liturgia.
        In particolare, i Pontefici Paolo VI [1897-1978] e Giovanni Paolo II [1920-2005], alla luce della Costituzione conciliare "Sacrosanctum Concilium", hanno voluto ribadire il fine della musica sacra, cioè "la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli" (n. 112), e i criteri fondamentali della tradizione, che mi limito a richiamare: il senso della preghiera, della dignità e della bellezza; la piena aderenza ai testi e ai gesti liturgici; il coinvolgimento dell’assemblea e, quindi, il legittimo adattamento alla cultura locale, conservando, al tempo stesso, l’universalità del linguaggio; il primato del canto gregoriano, quale supremo modello di musica sacra, e la sapiente valorizzazione delle altre forme espressive, che fanno parte del patrimonio storico-liturgico della Chiesa, specialmente, ma non solo, la polifonia; l’importanza della schola cantorum, in particolare nelle chiese cattedrali».
        Questi, ha detto il Papa, «sono criteri importanti, da considerare attentamente anche oggi. A volte, infatti, tali elementi, che si ritrovano nella "Sacrosanctum Concilium", quali, appunto, il valore del grande patrimonio ecclesiale della musica sacra o l’universalità che è caratteristica del canto gregoriano, sono stati ritenuti espressione di una concezione rispondente ad un passato da superare e da trascurare, perché limitativo della libertà e della creatività del singolo e delle comunità». Un errore: «il primato del canto gregoriano» è stato ribadito dal Concilio Ecumenico Vaticano II e non può essere considerato «superato».
        Per evitare gli errori correnti in tema di musica sacra e liturgia, ha detto il Papa, «dobbiamo sempre chiederci nuovamente: chi è l’autentico soggetto della Liturgia? La risposta è semplice: la Chiesa. Non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività. La Liturgia, e di conseguenza la musica sacra, "vive di un corretto e costante rapporto tra 'sana traditio' e 'legitima progressio'", tenendo sempre ben presente che questi due concetti - che i Padri conciliari chiaramente sottolineavano - si integrano a vicenda perché "la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa il principio dello sviluppo, del progresso" (Discorso al Pontificio Istituto Liturgico, 6 maggio 2011)».
        «Altre forme espressive» diverse dal gregoriano e dalla polifonia non sono dunque escluse. Ma senza che il primato del gregoriano, che il Papa qui chiaramente riafferma, sia messo in discussione. E senza cedimenti al cattivo gusto e alla sciatteria, anzi con un «adeguato discernimento della qualità delle composizioni musicali utilizzate nelle celebrazioni liturgiche».
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