domingo, 5 de junho de 2011

Música própria da 5ª F.ª da Ascensão do Senhor Nosso Jesus Cristo / in Ascensione Domini

Partituras:
Próprio Completo (PDF)
Ofertório com versículo (PDF

Magistério do Santo Padre, o Papa Bento XVI:



Antífona de Entrada Viri galilæi quid admiramini (2:00)
Antífona da Comunhão do Ano C Psallite Domino qui ascendit (8:05), com respectiva explicação teológico-musical (4:58)


Homens galileus, de que vos admirais olhando o céu? Aleluia! Do mesmo modo que O vistes ascender ao Céu, assim virá, aleluia, aleluia, aleluia! Sal. Todas as gentes aplaudide com as mãos: rejubilai em Deus com voz de exultação.

Salmodiai ao Senhor que ascendeu sôbre os céus dos céus ao Oriente, aleluia!









Comentário de Tiago Barófio sobre este mesmo intróito:
Il testo degli Atti degli apostoli (1, 11) fissa il dialogo chiarificatore e rassicurante tra l’angelo e gli apostoli ancora storditi dall’evento pasquale. Le parole scuotono sin dall’inizio, grazie allo slancio dirompente della formula d’intonazione del sol autentico (VII modo). Dal torculus initio debilis e il successivo fluido porrectus resupino (Galilaei) scaturisce una tensione che s’innalza verso la corda di recita sul re acuto. La seconda frase, da quemadmodum, si posiziona sulla dominante secondaria do, nota privilegiata in un’ampia sezione recitativa. Il triplice grido alleluiatico della terza e ultima frase si muove su tre gradini: dall’acuto re-fa-re scende al do-sol conclusivo dopo il passaggio intermedio la-fa-la. Da non esagerare lo spessore sonoro della tonica sol che conclude tutte e tre le frasi dell’introito. Nel problematico Graduale Novum, incuriosisce il ricupero di un si (caelum). Il si avrebbe potuto essere esteso anche alle due sillabe successive (i-ta) su indicazione della recensione ambrosiana dove il nostro Viri Galilaei si canta quale antifona ad crucem.

Il porrectus resupino re-do-mi-re, collocato su sillaba tonica (Galilaei), è presente in due altri due introiti di VII modo: Iudicant sancti gentes e, in particolare, Puer natus est nobis ... humerum. Questo richiamo sposta l’attenzione del cantore sull’arco della peripezia terrena del Verbo incarnato, il periodo compreso tra Natale e l’Ascensione.

Tra la discesa sulla terra e la successiva ascesa al cielo scorrono 33 anni che cambiano il destino dell’uomo e dell’universo intero. Chi ha accolto Gesù puer ora è costretto a congedarsi da Cristo risorto. Ci si sente smarriti dopo l’evento pasquale che atterrisce con la morte del profeta di Nazareth – vero uomo e vero D-i-o – e insieme acceca con la luce della risurrezione. Non sempre le parole di Gesù sono comprese per quello che dicono realmente. Spesso con i discepoli diciamo anche noi che abbiamo capito tutto: atteggiamento di un’ingenua furbizia con cui si vogliono evitare altre domande, le provocazioni del Maestro che finiscono sempre per mettere in imbarazzo denudandoci dalle tante maschere che coprono il nostro vero essere.

La vita di fede è un seguire Cristo tra gli alti e bassi degli umori: L’esuberanza della sequela sincera s’intreccia con le poche o tante perplessità che coprono con la loro fredda ombra i momenti della prova. I discepoli hanno avvertito il distacco, hanno vissuto l’essere orfani con l’acuta sofferenza di Eliseo. Il canto nella liturgia non può evitare il dramma delle lotte interiori, ma nelle notti oscure ci accompagna nell’ascesa verso il Tabor illuminato dalla speranza. Il monte in cui si rincorrono gli echi della Parola con cui il Risorto e Asceso alla destra del Padre si fa presente e si dona a ciascun credente quale instancabile e sollecito compagno di viaggio.

Alla Parola siamo chiamati oggi ad elevare attoniti lo sguardo per imparare ad ascoltare la sua voce e a vedere le sue orme nella storia quotidiana. Camminare soli con noi stessi, sulla promessa del Salvatore, nella luce dello Spirito, senza appoggi inconsistenti e illusori: è la condizione per riprendere il cammino verso il punto Ω dell’incontro finale e senza fine. Allora vedremo di nuovo Cristo – Lui che è disceso agli inferi per liberare i progenitori – scendere verso di noi per dare inizio alla nostra assunzione al cielo.

Alleluia Ascéndit Deus in jubilatióne, aqui entoado pelo eslovaco:

Deus ascendeu em jubilação, e o Senhor à voz da tuba!




Ofertório Viri Galilaei, aqui cantado p'lo Pedro Manuel Desmazeiros:

Homens galileus, de que vos admirais olhando o céu? Êste Jesus, que ascendeu de vós até ao Céu, êste mesmo virá, do mesmo modo que O vistes ascender ao Céu, aleluia!




Comunhão Passer invenit, pelo eslovaco:




Comunhão Data est mihi, para o Ano A, aqui comentada por Tiago Barófio:
Il Missale Romanum propone la conclusione della pericope evangelica (Mt 28, 16-20): “Ecce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad consummationem saeculi (alleluia)” (v. 20). Il testo si trova sostanzialmente in un’antifona delle ore. Il Graduale presenta i due versi precedenti (vv. 18.19) in una composizione scritta in re autentico. Alla fine della prima sezione la melodia s’innalza su “caelo” e canta più al grave “terra”, quasi a sottolineare l’universalità della signorìa di Cristo tenendo ben distinta l’altezza del cielo nei confronti della terra in basso. In seguito, nel mandato ai discepoli di evangelizzare i popoli, il canto evidenzia l’universalità della missione. “Omnes gentes”: non solo raggiunge di nuovo l’apice al-sib la, ma si allarga con un pes quadrato liquescente. Nella professione di fede trinitaria la melodia distingue il riferimento al Padre dal Figlio, il primo all’acuto (fa-la-sol-la sol-fa), il secondo al grave (fa-mi-fa re-do do). Lo Spirito santo unisce entrambi, come rileva la formula musicale (sol la mi-fa do-mi-re re).

L’Ascensione, più che rassicurare i discepoli, li lascia sgomenti e pieni di dubbi. Miniature medievali e un’emozionante ampia pittura del filosofo Jean Guitton (nella chiesa della Curia generalizia dei canonici premostratensi in viale Giotto a Roma) ritraggono la scena: in basso si vedono i soli volti esterrefatti dei presenti, mentre del Cristo si scorgono soltanto i due piedi. È il momento della verità, della scelta tra la Trinità e gli idoli, tra Cristo e il mondo, tra cielo e terra, Ieri per i discepoli. Oggi per noi. Nessuno escluso. In forza di quel battesimo che ci ha immerso totalmente nel destino di Cristo e ci ha reso partecipi della sua morte e della sua risurrezione.

Un segno forte della sequela di Cristo è l’annuncio della buona novella. “Euntes docete omnes”.

Euntes”: il verbo ricorda lo slancio propulsore della missione. Non ci si barrica in casa ben protetti e ripiegati su noi stessi con le nostre fragili e traballanti convinzioni religiose.

Docete”: La fede è condivisione. Nell’audacia umile di chi osa proporsi come maestro perché è costantemente discepolo. Insegnamento che diviene scuola non solo per chi accoglie il messaggio, ma prima di tutto per chi si fa mediatore e vive nella trepidazione la sua vocazione-missione.

Omnes”: non ci si rivolge ai vicini, a quanti non sollevano dubbi, a quanti non ci mettono in difficoltà con mille provocazioni. A tutti si è rivolto il Cristo nell’annuncio del regno. A tutti Cristo spalanca la sala del convito nuziale dell’Eucaristia e della salvezza. Non saremo noi a scegliere i “buoni” cui svelare di nascosto i segreti del Vangelo, noi a eliminare i “cattivi” che riteniamo indegni e incapaci di conversione.
Se vivessimo con maggior coerenza il nostro essere cittadini nel cielo, probabilmente saremmo anche più radicati nella vita terrena. Vivendo nel mondo, senza essere del mondo.


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