domingo, 28 de agosto de 2011

Fulvio Rampi: Como cantar o gregoriano no século XXI

Agradecemos ao leitor que possa traduzir o texto para o português.

UNA DOMANDA SBAGLIATA SU UNA QUESTIONE GIUSTA

Caro Sandro Magister,

ho trovato interessante il dibattito sull’ermeneutica del Concilio Vaticano II. Mi permetto di intervenire con poche riflessioni sulla “questione musicale”, da sempre terreno di vivaci discussioni.

Sulla musica per la liturgia si è detto, scritto e fatto di tutto: il canto sacro pare sia storicamente predisposto alla radicalizzazione dello scontro fra le diverse posizioni, fino a farsi non di rado insanabile contrapposizione ideologica. Nonostante le nuove riflessioni post-conciliari abbiano interessato la musica liturgica nelle più varie forme espressive, la “vexata quaestio”, inutile negarlo, è stata ed è a tutt’oggi il canto gregoriano. È normale che sia così, perché esso è e resta il canto proprio della Chiesa; finché non sarà “addomesticato” e reso innocuo, questo immenso e ingombrante repertorio resta lì a creare non pochi fastidi a chi lo vuol limitare ad una pur nobile testimonianza del passato. Si sono spesi fiumi di parole e di inchiostro per dire che non ha più nulla da dire; se ne è parlato tanto, per non farlo più parlare. Ma, trattandosi del canto della liturgia della Chiesa, si finisce comunque per notare tanto la sua presenza, quanto – e forse ancor di più – la sua assenza.

Anche il gregoriano non può sfuggire alla riflessione su “continuità e rottura”, che interessa l’ermeneutica del Concilio Vaticano II. Ma urge ricordare, nel merito, il presupposto fondamentale di questa operazione: saper porre la questione nei termini corretti. Una domanda sbagliata rischia di offuscare la verità della risposta. Ed eccoci già al cuore del problema, perché è precisamente questo il “vulnus” più grave che ha condizionato l’intero dibattito postconciliare sulla musica liturgica. Per essere espliciti, la domanda sbagliata che ha attraversato l’ultimo mezzo secolo è così sintetizzabile: “gregoriano sì o no nella liturgia di oggi?”.

Nel fin troppo citato articolo 116 della “Sacrosanctum Concilium” (“La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale”), la Chiesa non dice nulla di nuovo e, a ben vedere, non fa che ribadire un’ovvietà. Lo stesso articolo, si noti, determina due situazioni apparentemente antitetiche: innanzitutto distingue il gregoriano da ogni forma musicale di ogni epoca, confermandogli una categoria di giudizio che trascende il puro fatto artistico; al tempo stesso non viene risparmiata al gregoriano la riflessione comune – prerogativa del documento conciliare – su “continuità e rottura”, orientandola però in una direzione ben diversa, se non opposta, da quella seguita negli ultimi decenni.

La domanda: “gregoriano sì o no?” è semplicemente sbagliata e non esige risposta perché una risposta chiara e definitiva la Chiesa l’ha già data e sempre confermata. Non è lì il vero problema: anzi, non avrebbe mai dovuto essere considerato un problema. “Continuità e rottura” non sono da riferire all’oggetto in quanto tale (nella fattispecie il gregoriano), bensì alla sua rinnovata comprensione, a sua volta frutto di nuove modalità di accostamento maturate in modo particolare nell’arco dell’ultimo secolo. Alla luce del dettato conciliare, si impone davvero un ripensamento del canto gregoriano – dunque, a partire da questo, di tutta la musica liturgica – secondo un rapporto complementare e non antitetico fra continuità e rottura, dove l’una (la continuità) garantisce l’efficacia e la retta intenzione dell’altra (la rottura).

La vera continuità, data dal suo essere per sempre il canto proprio della liturgia, impone la rottura, il superamento, la “ablatio” di prassi magari consolidate e di tutto ciò che, col tempo, ha finito per coprirne ed offuscarne la vera natura e la forza espressiva. Se per continuità si intendesse il puro ripristino di una prassi preconciliare o la difesa di comprensioni e concezioni cristallizzate nonché impermeabili a qualsiasi provocazione proveniente dai molti ambiti accademici della ricerca musicale, anche la rottura seguirebbe la medesima logica, limitandosi ad una opposizione uguale e contraria, orientata a far coincidere il ripensamento con la rimozione. Di fatto, il dibattito post-conciliare si è sostanzialmente appiattito e impoverito nella contrapposizione – dai contorni fatalmente ideologici – fra un gregoriano comunque indiscutibile e un gregoriano da eliminare tout-court.

La domanda malposta, di cui si è appena detto, ha prodotto vari disastri e ha suscitato altre domande altrettanto false e non meno devastanti che hanno interessato concetti alti e principi sacrosanti quali, ad esempio, la “participatio actuosa”, miseramente ridotta ad amara barzelletta. Si è via via prodotta e consolidata una situazione paradossale, in ordine alla quale perfino la normale esecuzione di una normale antifona gregoriana, da sempre auspicabile e raccomandata, si è fatta di colpo pericolo per la liturgia. Da dato oggettivo di canto proprio (ufficiale, per capirci) della Chiesa, la presenza del gregoriano nella liturgia è passata ad essere regolata dalla più aleatoria soggettività, ossia dalla benevolenza o dall’avversione del celebrante, del liturgista, del parroco, del vescovo di turno. Ciò che sorprende è la disinvoltura ecclesiale con la quale viene normalmente accolto e assecondato tale grave malinteso.

Tutto ciò è stato prodotto a partire da una domanda sbagliata. Per tornare a far domande giuste – e, come si è detto, necessarie – sul gregoriano e su tutta la musica liturgica con le sue nuove prospettive, bisogna innanzitutto fare un passo indietro, nel senso cioè di tornare a riaffermare, come prima cosa, ciò che è da sempre scontato. Nell’attuale situazione, riaffermare un’ovvietà è già una grande novità, ma è un primo passo vero – anche se triste e imbarazzante – per recuperare un’infinità di terreno perduto.

Una volta riaffermata l’intangibilità del canto gregoriano, va finalmente posta la questione seria, ovvero il senso di tale repertorio nella liturgia post-conciliare. È solo a questo punto che va con fermezza misurato il canto gregoriano sui parametri della continuità e della rottura. Alla suddetta intangibilità, che ne assicura la continuità, si dovrà necessariamente accompagnare con coraggio una vera e propria rottura col passato: una rottura fatta di nuovi studi, di nuova consapevolezza sul valore esegetico della Parola che si fa suono, di sempre nuove acquisizioni su forme, stili, antiche fonti manoscritte, tecniche compositive e prassi esecutiva che non sono nicchie per specialisti, ma che, al contrario, rendono ragione e riconsegnano alla Chiesa un tesoro liturgico-musicale vivente e ancora in gran parte da scoprire.

“Frattura e continuità” non è che l’ennesima parafrasi di quel “nova et vetera” che fonda l’esperienza della Chiesa nel tempo, ovvero la sua Tradizione. Si tratta, in sostanza, di affidarsi a quello stile ecclesiale che, con equilibrio e sapienza, reclama una costante rimotivazione dell’oggetto senza porne in discussione il marchio indelebile e il dato fondativo. Solo allora la “domanda giusta” produrrà risposte giuste.

Alle risposte giuste, tuttavia, si accompagneranno anche buoni frutti e sorprese imprevedibili solo se lo stile ecclesiale sarà mosso da autentica carità. La prospettiva – nobile e alta fin che si vuole – di un recupero e di un necessario “aggiornamento” del canto gregoriano, sarebbe poca cosa se maturasse in un clima di tiepida o forzata accoglienza. Non sembri, questo, un requisito superfluo o di poco conto per pochi illusi: il canto gregoriano, nato come gesto di amore vero alla Parola, attende presto dalla Chiesa – ad ogni livello – un altro autentico e deciso gesto di amore.

Fulvio Rampi

Cremona, 3 agosto 2011

Música própria do 22º Domingo do Tempo Comum / Dominica Vigesima Secunda per Annum


Partituras:
Próprio autêntico (PDF)
Ofertório com versículos (PDF)

Evangelho do Ano A na arte sacra tradicional da Igreja e nas palavras do Santo Padre:




Evangelho do ano A,
01:08 Intróito do VIII modo: Miserere mihi Domine quoniam ad te clamavi tota die
05:05 Interessantíssima explicação de Fulvio Rampi, maestro dos Cantori
08:17 Sanctus & Benedictus polifónico a 4 vozes díspares de Antonio Lotti, pelo Coro Sicardo:


 
Comentário (PDF , facebook) de Tiago Barófio a êste mesmo intróito:



Ofertório Domine in auxilium, pelo francês:

Senhor, em meu auxílio atenta: confundam-se e espantem-se os que procuram [matar] a minha alma, para que fujam dela.
V.1 Afastem-se para trás, e corem [de vergonha], os que me pensam o mal.
V.2 Esperando, esperei no Senhor, e deteve-se comigo: e ouviu a minha prece.

Senhor, no meu auxílio atenta.





Comunhão Dómine memorabor, pelo francês:

Senhor, lembrei-me da tua justiça sozinho: Deus, guiaste-me desde a minha juventude, e até à velhice e á decrepitude nunca me abandones.




Comunhão Qui vult venire, no Domingo A, pelo francês:

Quem quiser vir após Mim, abnegue-se a si mesmo, e carregue a sua cruz, e siga-Me.



Lêde o pacificantíssimo comentário de Tiago Barófio a esta comunhão (PDF)

segunda-feira, 22 de agosto de 2011

Música própria do 21º Domingo do Tempo Comum / Dominica XXI per Annum


Partituras:
Próprio autêntico completo (PDF)
Ofertório autêntico com versículos (PDF)

O Evangelho do Ano A na Arte da Igreja e na pregação do Papa Bento XVI:




Música do Ordinário: Gloria in excelsis Deo polifónico da Missa Brevis de Andrea Gabrielli (8:35)



Outra interpretação do intróito Inclina Domine:




Outra interpretação, do Pedro francês.


Comentário de Tiago Barófio acerca deste intróito:







Gradual Bonum est confiteri, aqui na voz do eslovaco:

Bom é louvar o Senhor: e salmodiar o teu nome, Altíssimo.
V. Com o propósito de anunciar pela manhã a tua misericóridia,
e a tua verdade à noite.




Alleluia que se canta no Domingo do ano A: Tu es Petrus. Este Alleluia canta-se também na solenidade de S. Pedro e S. Paulo, na missa do dia.





Ofertório Exspectans, pelo Pedro francês:

Atento, esperei o Senhor, e [Ele] olhou-me: e ouviu a minha prece, e meteu na minha boca um cântico novo, um hino ao nosso Deus.
V.1 Colocou sôbre a pedra os meus pés, e dirigiu os meus passos.
V.2 Muito fizeste Tu, Senhor; meu Deus, as tuas maravilhas, e nas tuas cogitações não há igual a Ti: bem anunciei a tua justiça na igreja grande.
V.3 Senhor, Deus, tu conheceste a minha justiça: não escondi no meu coração a tua verdade, e a tua salvação eu disse: o meu adjuvante é o Senhor, e o meu protector.




A antífona da Comunhão é a De fructu óperum tuórum, aqui comentada por Tiago Barófio:
Il Missale Romanum come secondo canto propone l’antifona “Qui manducat carnem meam” (Gv 6, 57 già assegnata alla solennità del Corpo e Sangue di Cristo). La prima antifona è un centone salmico “De fructu operum tuorum, Domine, satiabitur terra, / ut educas panem de terra, /et vinum laetificet cor hominis” (Sal 103, 13b.14c.15a). La recensione in musica del Graduale completa il verso 15 aggiungendo “ut exhilaret faciem in oleo, et panis cor hominis confirmet” (15bc).
La melodia del Graduale Romanum è in VI modo, mentre il Graduale Novum opta per una recensione in III modo con finale sol. La melodia in fa plagale si apre con una lunga recitazione oscillante tra fa e la. È la premessa in cui si afferma l’intervento creativo e provvidenziale di D-i-o. Due verbi – apice melodico il do acuto – evidenziano le ripercussioni dell’evento salvifico nel quotidiano (laetificetexhilaret). La condizione di vita rinnovata è sotto il segno della gioia (exhilaret) e della solidità (confirmet). Il senso della totalità è espresso dal canto che si dispiega lungo tutto l’ambito dal do grave al si bemolle.
La voce del cantore interpella una società che ha perso il senso della creazione. Lo si vede dalla mancanza di rispetto nei confronti di una natura sempre più preda di una voracità convulsa e arrogante da parte dell’uomo. Come se la signorìa sul creato autorizzasse la sua frantumazione e decomposizione da parte di chi, in realtà, è stato chiamato da D-i-o a collaborare in un impegno creativo per rifondare l’armonia, per ricuperare la bellezza, per scoprire le ricchezze che sono patrimonio di tutti: anziani e giovani, ricchi e poveri, vicini e lontani.
D-i-o ha donato alla terra potenzialità capaci di soddisfare tutte le esigenze della terra stessa e di quanti con rispetto e riconoscenza la coltivano senza sfruttarla sino alla stremo della desertificazione, senza soffocarla con una cementificazione selvaggia. Pane e vino e olio sono quello che sono nel concreto, le materie prime cioè del sostentamento e della convivialità solidale. Ma sono pure il simbolo di quanto la terra – in vegetali, minerali e altro ancora – è in grado di donare all’uomo per rendere la sua vita più sana, più comoda, più attraente e bella.
Disegno folle di un’utopia alienante che, insidiosa, rischia di far inciampare le persone e le scaraventa fuori della realtà? Esagerazione provocatoria di un manipolo anarcoide? Con qualche battuta al vetriolo è facile liquidare le voci del dissenso che periodicamente s’affacciano alle coscienze intorpidite. Dai profeti d’Israel a Gesù a papa Francesco è tutto un grido che cerca di ridestare menti e cuori ubriachi e frastornati dall’ebbrezza corrosiva del potere oligarchico, monopolio di pochi. Mentre masse allo sbando non sanno più dove trovare un tozzo di pane per sfamare se stessi e i figli, un mestolo di acqua con cui lenire l’aridità ...
L’antifona di comunione ci ricorda che il benessere è uno stile di comunicazione diffuso, è la gioia di vivere qui e ora, è condivisione piena di un anelito di speranza che si attualizza nel momento in cui si abbattono le barriere dell’egoismo e si spalanca il cuore all’Altro, agli altri. Con gesti concreti non delegati, ma in prima persona. A partire dalla preghiera e dalla carità operosa.

À vontade pode cantar-se a comunhão Qui manducat, aqui pelo francês:

Quem come a minha carne, e bebe o meu sangue, em Mim ficará: e Eu nele, diz o Senhor.

Miserach Graus em entrevista ao «La Bussola Quotidiana»

Ler a amostra e seguir para o todo:

monsignor Valentino Miserachs Grau, 68 anni, che dal lontano 1995 è preside del Pontificio istituto di musica sacra, la scuola di specializzazione del Vaticano.

Musicista e compositore, da anni monsignor Miserachs denuncia la sciatteria in voga nelle liturgie che penalizza in modo particolare l’antica e nobile tradizione del canto gregoriano, «ormai ignorato».
Il suo cruccio più grande è da sempre il canto gregoriano. È sempre così pessimista sul suo recupero?
Sì. Non vedo la volontà di riportarlo in auge come suggeriscono tutti i documenti della Chiesa. Il gregoriano ha caratteristiche imbattibili: il rispetto assoluto del testo per cui la melodia nasce unicamente per sostenerlo. Infatti il gregoriano ha una libertà ritmica che segue la dinamica della parola. Dal X secolo ad oggi sono migliaia i pezzi disponibili.
Ma vedo che ormai si fa di tutto per far dimenticare anche la celebre “Messa degli angeli”… Si adducono scuse risibili come il latino,  quando esistono le traduzioni in italiano, e comunque sarebbe un’opportunità rispolverarlo o impararlo. E il gregoriano non è affatto difficile da apprendere: i miei allievi nigeriani l’hanno esportato in Africa e mi dicono che nelle celebrazioni si commuovono…
 
Ma la musica “moderna” non può essere uno strumento di evangelizzazione?
Mi fanno tenerezza tanti giovani che suonano in chiesa, perché sono animati da buona volontà. Purtroppo nessuno ha mai insegnato loro la grande polifonia sacra o il canto gregoriano. Esiste anche un volume “Celebriamo cantando”, che offre un repertorio dignitoso di canti in italiano. Canti in cui l’assemblea non deve per forza cantare tutto. Deve anche saper ascoltare la corale. Il problema è che non esistono persone qualificate per trasmettere il nostro patrimonio. Per questo ho da tanti anni auspicato la creazione di un organismo pontificio, ma senza risultati pratici. Anni e anni di conferenze in giro per il mondo, ma nessun riscontro. Eppure son convinto che se creo un coro di giovani e faccio conoscer loro il gregoriano, si gaserebbero subito. Perché i giovani ti seguono quando sono coinvolti in progetti di qualità. La bontà oggettiva del gregoriano si impone da sé e non è vittima delle mode musicali del momento.
Read more at www.labussolaquotidiana.it
 

domingo, 14 de agosto de 2011

Música própria da Assunção de Nossa Senhora ao Céu (15 de Agosto) - Missa do Dia / Die 15 augusti in assumptione Beatae Mariae Virginis - ad Missam in die

Partituras:
Próprio autêntico (PDF)
Ofertório com versículos (PDF)

Para os córos das igrejas mais pequenas, aqui ficam os cânticos simples próprios desta Missa, editados pelo Ricardo Marcelo (PDF completo):
  • Introitus Assumpta est Maria (PDF):
    Maria ascendeu ao Céu: alegrem-se os Anjos que louvando bendizem o Senhor. Cantai ao Senhor um cântico novo, porque maravilhas fez.
  • Psalmus Responsorius Astítit Regina (PDF):
    De pé está a Rainha às tuas dextras, ornada com o ouro de Ofir.
    V. [Estando] as filhas dos reis com as tuas preciosidades, de pé está a Rainha às tuas dextras, ornada com o ouro de Ofir.
    V. "Ouve, filha, e vê e inclina a tua orelha, e deixa o teu pôvo e a casa do teu pai"
    V. "e o Rei desejará a tua beleza. Porque êste é o teu Senhor: por isso adora-O."
    V. Virão na alegria e na exultação, [e] serão conduzidas à casa do Rei.

  • Alleluia Assumpta est Maria (PDF):
    Maria ascendeu ao Céu: alegrem-se os exércitos dos Anjos.
  • Comunhão Beatam me dicent com o cântico do Magnificat.

Intróito Signum magnum.


Ou, ad libitum, o Intróito Gaudeamus omnes ... Mariae Virginis, interpretado pelo grupo de Estêvão Olbache





e comentado pelo estudioso Tiago Barófio.


Gradual Responsorial Audi filia, cantado por mim.


Alleluia Assumpta est Maria, cantado pelo francês.



Antífona do Ofertório Assumpta est Maria, cantada pelo francês:



Antífona da Comunhão Beatam me dicent omnes generationes, também pelo francês:



Os versículos salmódicos aconselhados entremearem esta antífona é o Cântico do Magnificat: Lc 1,46-47.50.51.52.53.54.55

 Magnificat de Nossa Senhora (Lc 1), em que a mulher revestida da luz de Deus Lhe eleva a sua oração em forma de notas musicais. Tríptico de Filippo Rossi.





domingo, 7 de agosto de 2011

Música própria do 19º Domingo do Tempo Comum / Dominica decima nona per annum


Partituras:
Próprio autêntico completo (PDF)
Ofertório autêntico com versículos (PDF)

O Evangelho de Jesus proposto pela Igreja para este Domingo, no ano A (13:10), representado na arte sacra tradicional da Igreja (1:00) e explicado pelo Papa Bento XVI (6:00) :





Comentário de Tiago Barófio sôbre êste intróito:
Questo introito, come quello della scorsa domenica, è in VII modo (sol). La melodia, tuttavia, ha una personalità differente e non si può non pensare alla costrizione violenta del canto gregoriano nella gabbia – del tutto teorica – degli otto modi. Per salvare il salvabile – soprattutto se ci si confronta con sistemi assai articolati come quelli che si trovano, ad esempio, nelle tradizioni arabe – una soluzione possibile è il concepire la modalità in un’ottica assai elastica. I singoli modi non sono rigide categorie anguste, ma indicano famiglie: un insieme assai differenziato di strutture melodiche che hanno qualche tratto in comune.
Dalle parole del salmo 73 (20a. 19b. 22a e 23a) emerge l’affermazione di D-i-o quale Signore della storia. Alla parola “Domine” due volte è conferita una forza particolare, abbellendo il fa acuto con un porrectus resupino (fa-mi-fa-re) la prima volta, mentre nel caso successivo si tocca il sol. Questa nota acuta deve essere cantata leggera, come impone l’estetica gregoriana, a dispetto di quanti continuano a martellare la prima nota di pes e clivis, di scandicus e climacus ... Il brano è percorso da una continua sollecitazione creata dall’alternanza dei piani sonori tra re e do, e dalle differenze cadenze (sol, si, la, sol) in cui trovano riposo le frasi relativamente ampie.
Il testo ha subito varie vicissitudini. Due esempi: 1] Nel versetto 23a la Vulgata legge inimicorum tuorum in consonanza con il testo ebraico. La lezione latina dell’introito propone quaerentium te in accordo con i Settanta e altre recensioni occidentali (deprecantium,supplicum). 2] La traduzione della CEI propone il verso 20a con “Volgi lo sguardo alla tua alleanza”, mentre nel messale l’introito inizia con una puntualizzazione “Sii fedele, Signore, alla tua alleanza”. Tutto è possibile a questo mondo, ma D-i-o non può che essere fedele alla sua alleanza. 
Gli interlocutori nel dialogo con D-i-o sono i pauperes ... quaerentes. Sono gli accattoni, sempre nella ricerca affannosa di vedere il benefattore cui volgere lo sguardo con timore, al quale tendere la mano con tremore. Tra il poveraccio che da millenni vaga sulla terra e il suo Creatore c’è un’alleanza più volte infranta. Appena le cose sembrano andare meglio, si fa presto a rimuovere il passato di stenti e a dimenticare il Benefattore. Al quale, talora senza ritegno, si indirizzano pretese e richieste, le più disparate. Senza ritegno, sì, come spesso fa lo Schnorrer di turno. 
Quando ci si ritrova nei guai, anche il buon D-i-o può servire. A lui si farfuglia un balbettio e borbottio. Senso di vergogna e arroganza spregiudicata si fondono, rivelano l’inconsistenza di una vita smarrita, alla deriva. Verso la morte, prima spirituale, poi intellettuale, successivamente sociale e, infine, la liberatoria morte fisica. Tappe di un lungo cammino che si snoda tra luoghi tenebrosi, covi di violenza, tumulti di spregiudicati. La vita della tortora è in balìa di rapaci fino a quando si aprono gli occhi. Colui che sembrava lontano e totalmente assente – perché da noi ignorato e rifiutato – in realtà è sempre stato vicino, con l’orecchio teso a cogliere il pur minimo fruscio che indica il cambiamento di rotta. 
Figli di Abramo, in Cristo Gesù ricuperiamo il senso dell’alleanza e accogliamo il dono delle promesse.

Alleluia Domine refugium cantado pelo Pedro francês:

Senhor, um refúgio Tu Te fizeste para nós, desde a ascendência até à descendência.




Ofertório In te speraui, cantado pelo Pedro francês:

Em Ti esperei, Senhor: disse [eu]: Tu és o meu Deus, nas tuas mãos [estão] as minhas têmporas.
V.1 Ilumina a tua face sôbre o teu servo e faze-me salvo pela tua magna misericórdia: Senhor, não serei confundido, porque Te invoquei.
V.2 Quão grande [é] a multidão das tuas doçuras, Senhor, que [Tu] escondêste dos teus tementes: aperfeiçoaste, não obstante, os que Te esperam, diante dos filhos dos homens.





Comunhão Panis quem ego dedero, cantada pelo Pedro francês:

O pão que Eu der é a carne minha em favor da vida do século.



Lêde o comentário de Tiago Barófio a esta comunhão (PDF).


Comunhão do Domingo no ano C, Beatus servus, cantada pelo Pedro francês:

Feliz o servo que, quando vier o Senhor, o encontrar vigilante: Amen vos digo: sôbre todos os seus bens o colocará.

Missa Breve de João Pedro-Aloísio da Palestrina

Prevê-se a colaboração de membros da nossa Capella gregoriana com o coro polifónico da Basílica dos Mártires (a chamada Capella Olissiponensis) para a preparação e execução da Missa Brevis de Giovanni Pierluigi da Palestrina no contexto litúrgico próprio, sob a direcção do Padre Armindo Borges. A iniciativa partiu do convite pessoal do próprio regente do referido coro polifónico, no final da Missa Gregoriana Dominical na Igreja do Santíssimo Sacramento, e em boa hora foi feita, pelo valor que tem a vivência fraterna da unidade eclesial, neste caso reflectida na participação em comum de diferentes agrupamentos musicais na mesma Eucaristia, particularmente obedecendo ao Magistério da Igreja, no que ao canto da liturgia com as peças desenvolvidas pelo compositor italiano renascentista Palestrina, referido explicitamente pelo menos em 3 documentos papais do século XX (Motu proprio Tra le sollecitudini de S. Pio X, Constituição Apostólica Divini Cultus Sanctitatem de Pio XI, Carta Encíclica Musicæ Sacræ Disciplina de Pio XII) como o autor da música que mais se aproximou do ideal para a liturgia sagrada de Jesus segundo o Rito Romano, a seguir à monodia Gregoriana, claro está. O nº 2, digamos assim.

Por isso, convidamos os interessados em colaborarem a que se manifestem no blog do referido coro polifónico, a estudarem a partitura da obra (aqui disponibilizada na edição de La Stagione Armonica através do site CPDL.org) com a ajuda dos ficheiros midi e da gravação dos Tallis Scholars sob a direcção de Peter Philips, e a oferecerem as suas orações pessoais por esta intenção. Muito obrigado.


Missa Brevis da Palestrina no Scribd
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