sábado, 28 de dezembro de 2013

Cânticos do 4º Domingo do Tempo Comum / Hebdomada IV per annum

Intróito Laetétur cor, aqui cantado pelo eslovaco:



Comentário de Tiago Barófio sobre este intróito:
Canto costruito per inclusione, in cui la frase iniziale è sovrapponibile a quella finale. Il testo latino insiste sul tema della ricerca di D-i-o. Esso viene declinato in tre brevi incisi melodici che spaziano dall’apice al punto più profondo, dal la acuto al la grave (quaerentium, quaerite [“considerare” nell’ebraico], quaerite). 
Dopo il triplice richiamo all’adorazione (cfr. le prime tre domeniche del tempo ordinario), con le parole del salmo 104, 3-4 il cantore proclama oggi l’impegno nella ricerca. Ricerca appassionata che coinvolge la persona in tutte le sue fibre. “Si revera Deum quaerit” dice san Benedetto a proposito della verifica da farsi circa l’idoneità dei novizi. In queste poche parole si riassume pure il programma di vita di ogni credente. Cercare D-i-o: sempre e ovunque, senza stancarsi, senza illudersi né compiacersi di averlo forse trovato, non basandosi su calcoli opportunistici ma confidando nella sua misericordia e nelle promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre. 
Sì, perché la ricerca di D-i-o non porta necessariamente a trovarlo e a incontrarlo sul piano dell’esperienza sensibile (toccare, vedere, sentire...). Qualora Lo si trovasse nella fede, tale fatto non concluderebbe affatto la ricerca, anzi, provocherebbe una corsa ulteriore, con più slancio, più profonda nostalgia d’assoluto e d’intimità. Qualora non lo si trovasse, nella fede si aprirebbero nuovi cammini, spesso oscuri ed impervi. La salita all’esperienza del Tabor impone il progressivo disfarsi dei pesi inutili, dei progetti velleitari. È una salita che ricalca le orme che si trascinano verso il Golgota, denudati alla sequela di Cristo crocifisso. 
Nessun discepolo del Risorto può illudersi e tanto meno illudere i compagni d’avventura con false e rassicuranti promesse. Nella buona e nella cattiva sorte, la Parola è l’unica lampada che illumina il cammino. La forza dello Spirito è la sola che sia in grado di confortare il pianto, lavare la sporcizia, irrigare l’aridità, sanare i cuori che sanguinano, piegare ciò che è rigido, sciogliere il gelo paralizzante, rimettere sulla giusta careggiata gli sbandati ...
La visione contemplativa è in grado di rasserenare. Scoprire il volto glorioso di Cristo nascosto sotto una faccia macilenta e sporca, dilata l’orizzonte e immette nella vita una boccata di ossigeno. Vivere con generosità l’inserimento in una comunione di ideali con altre persone conosciute e amate: è un fatto che rincuora, cementa l’amicizia, rinsalda e aiuta a superare i momenti di debolezza spirituale e fisica.
Nelle infinte tappe dell’esistenza, prima dell’incontro finale, nella serena e anche sofferta ricerca si può godere una gioia profonda del cuore, la gioia che solo lo Spirito sa donare. Di questa gioia il cantore è chiamato a dare testimonianza, provocato e accompagnato dall’invito rassicurante che lo stesso salmo 104 fa risuonare nella salmodia che conclude l’introito: Confitemini Domino, et invocate nomen eius; annuntiate inter gentes opera eius - Lodate il Signore, invocate il Suo Nome, proclamate fra i popoli le Sue opere (trad. E. Zolli).

Gradual Quis sicut Dominus, cantado pelo eslovaco:





Comentário de Tiago Barófio à Alleluia Adorábo:

Adorabo ad templum sanctum tuum, et confitebor nomini tuo (sal 137, 2) (sol autentico - VII modo)

La melodia in Italia e nel mondo germanico è cantata unicamente sul testo base “Adorabo”, mentre in area francese – secondo Karl-Heinz Schlager – è adattata a due ulteriori testi (“Posui adiutorium” e “Usquemodo non petistis”). Lo slancio iniziale imprime una forte connotazione all’intero brano. In esso emergono, con alcune varianti e contrazioni, una scalata dal FA al mi/fa acuti e una corrispondente discesa. La maggior intensità si raggiunge a metà verso. Un ampio melisma (struttura aab: confitebor) spazia lungo tutta l’ottava FA-fa-FA. La conclusione dello iubilus e del verso propongono una figurazione errata che le edizioni moderne raggruppano in torculus + clivis (3 + 2 note). Occorre rispettare la dinamica modale e i segni neumatici che propongono un pes quassus seguito da un pressus maior (2 + 3 note). Il che di fatto è coerente con tutta la tradizione gregoriana. Essa segnala un’interessante traccia della preistoria della musica occidentale: in contesto cadenzale la nota principale è la III al di sopra della finalis (si pensi alle moderne scale maggiori e minori).
Il cantore ci ricorda oggi due atteggiamenti fondamentali che occorre coltivare per evitare la banalità di un diffuso disimpegno religioso. È una trasposizione, su un piano diverso, di quella banalità del male che si stenta a cogliere nel singolo e nella società. È l’inizio della disintegrazione della persona che trova facili quanto fallaci alibi in collaudate pratiche esteriori e legalismi moltiplicati con il solo intento di creare confusione e proteggersi con una densa coltre di fumo.
Il canto si leva controcorrente. Ribadisce ancora una volta che la fede porta all’adorazione (adorabo) e alla proclamazione della signorìa di D-i-o (confitebor). L’esaltazione del “nome” è la necessaria conseguenza di un incontro che il salmista evidenzia con due semplici vocaboli “confitebor nomini tuo super misericordia tua et veritate tua”. A D-i-o si può pensare in tanti modi, possiamo immaginarcelo in mille proiezioni fantastiche. C’è un'unica visione che regge la prova dell’autenticità contro le innumerevoli insidie con cui siamo tentati di stipulare un patto e avere effimeri vantaggi. È la visione dell’amore misericordioso e delle verità limpida, non contaminata da compromessi. Visione che non è immaginifica, bensì esperienza reale della misericordia e della verità del Padre concretizzate nella persona del Figlio, Cristo Gesù, il Verbo incarnato.
La proclamazione profetica che Gesù è il Cristo benedetto dal Padre, non si riduce a parole e neppure a canti. Diviene adorazione attonita. Nel silenzio siamo tutti prostrati nell’ascolto della Parola, nell’attesa che la luce rischiari la mente. È tutto un levare lo sguardo in alto e ritornare a considerare la nostra precarietà, in un cammino che si fa corsa sempre più slanciata e libera nel seguire la melodia dell’Alleluia. Un canto irrompe nel cuore, il vero tempio dello Spirito, dove siamo chiamati a creare spazi inediti per ospitare D-i-o e tutti i fratelli. Nessuno escluso. 
Confortati dalla misericordia, siamo inviati a propagare questa stesso amore affinché non inaridisca. Illuminati dalla verità siamo chiamati ad annunciarla nonostante tutte le nostre imperfezioni affinché a nessuno manchi la luce dello Spirito.

Comunhão Illúmina fáciem tuam, pelo eslovaco:



Nos Domingos do Ano A, canta-se a antífona Beati mundo corde. Esta antífona recorda as 3 primeiras Bem-Aventuranças do Sermão da Montanha, e pertence ao "Comum dos Santos", isto é àquele grupo de cânticos que se pode cantar na Missa do Dia de um Santo ou Santa. Leiamos a meditação de Bruder Jakob:
Il Missale Romanum propone come antifona di comunione due testi: sal 30, 17-18 (“Illumina faciem tuam super servum tuum..”) e le prime due “beatitudini” (“Beati pauperes spiritu … Beati mites …”: Mt 5, 3-4). Il Graduale ricupera le tre ultime “beatitudini” (Mt 5, 8-10) presenti in un canto, la cui trasmissione è complessa, come si può vedere dal confronto tra il Graduale Romanum e il graduale-comes umbro-laziale conservato a Messina (Bibl. Painiana 19, 9v). Le due melodie si differenziano, pur avendo vari punti identici. 
La recensione musicale del Graduale offre un canto in I modo (re autentico) di stile semplice, costituito da quattro segmenti che terminano con un disegno a chiasmo (re - fa - fa - re). La triplice promessa “Beati” è annunciata con una crescente intensità che sfocia nel terzo “beati” con una tensione derivata dalla preparazione della VII fa-la-do-mi. Il canto si muove riproponendo e alternando due cellule melodiche (sol-la/la-sol e mi-fa/fa-mi). Ciò crea due ambiti di contrasto che impediscono di cadere nella monotonia. 
Il richiamo melodico e la rima delle quattro sezioni cadenzali aiuta a comprendere il discorso della montagna e le implicazioni che ne derivano. “Deum videbunt”: l’incontenibile desiderio di vedere D-i-o e di superare ogni barriera non è proiettato solo nel futuro. Esso trova la sua realizzazione concreta nell’attuazione del Regno che avviene già oggi e qui. In ogni momento, in cui per amore e in nome della giustizia si rimane saldi nella fede e si affrontano le persecuzioni. Dal dileggio istrionico alle tante forme di violenza, sino alla testimonianza estrema, il martirio con la donazione della propria vita. 
La seconda situazione cadenzale inizia con il sottolineare la confessione di fede battesimale “filii Dei vocabuntur”. Chiamarsi ed essere di fatto figli di D-i-o è un atto di giustizia. In primo luogo è la rivelazione di quanto D-i-o sia giusto. Conseguenza obbligata è l’essere noi stessi giusti e operatori di giustizia per rendere presente nella storia l’azione salvifica di D-i-o. 
Beati”: parola chiave del cammino che l’uomo compie sotto lo sguardo vigile, materno e insieme paterno, di D-i-o. Parola che riassume l’esperienza della serenità interiore, della pace dei sensi, di un benessere che attraversa e sorregge l’intera persona. Beatitudine, questa, che nulla ha di passiva e irresponsabile incoscienza, non è frutto né origine di disimpegno sociale. Beatitudine che richiama semplicemente l’abbandono filiale e la fiducia in D-i-o. 
In quest’orizzonte si apre la prospettiva delineata da rav Samson Samuel Hirsch. Nel tradurre il primo verso del salmo 1, al vocabolo tradotto solitamente con “beati” egli attribuisce una diversa valenza da cui emerge la dinamica dell’impegno spirituale. “Alles Fortschritt zum Heil ist des Mannes …” che André Chouraqui renderà con “En marche”. Rav Hirsch continua nel commento “Si tratta di ogni possibile progredire, di tutti i progressi, di progredire in tutte le direzioni. Avanzare/Progredire in tutti i valori desiderabili, questo è il motivo e lo scopo di tutti i pensieri e di tutte le azioni di tutti gli uomini …”. Beatitudine dinamica che trova la sua forza propulsatrice nell’accogliere la Parola, masticarla, ruminarla e assimilarla giorno e notte. Parola che si fa carne e si offre ai beati nel banchetto eucaristico.

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