domingo, 2 de março de 2014

Cânticos para o 2º Domingo depois do Natal / Dominica II post Nativitatem

Partitura:
  • Próprio autêntico (PDF) 
  • Ofertório autêntico com versículos (PDF)

Intróito Dum medium silentium, cantado pelo eslovaco:




Alleluia Dóminus regnáuit decórem, que também se canta na Missa da Aurora do Natal, aqui comentada por Tiago Barófio:

Dominus regnavit, decorem induit; induit Dominus fortitudinem, et praecinxit se virtute (sal 92, 1) (re plagale - II modo)

L’Alleluia Dominus regnavit è il canto proprio della II Messa di Natale. La melodia nel solo graduale manoscritto “Pistoia 120” è adattata anche a un secondo testo (“Natus est nobis hodie”) che segue immediatamente quello tradizionale. Il solenne inizio indugia nell’annunciare la signoria di D-i-o (“Dominus regnavit”). La melodia di tutto il brano è particolare; si sofferma sugli intervalli RE-SOL e MI-la, non presenta ampi melismi e predilige limitate fioriture. Si muove in re, non scende mai sotto il DO grave, all’acuto tocca il si (bemolle). Il tratto arcaico del canto è confermato dalla breve finale melismatica del verso che non coincide con lo iubilus iniziale.
La liturgia natalizia riscatta la miseria e l’emarginazione di Gesù Bambino e lo magnifica ai vespri come il “Rex pacificus”. L’Alleluia odierno ribadisce e autentica questa visione con le parole del salmo 92. L’inno davidico proclama la regalità di D-i-o, ammantato di maestà, cinto di forza. Sotto questa bandiera il cantore grida la sua fede. Redento da Cristo, ora si muove in suo soccorso, cerca di difenderlo e di rimetterlo al centro dell’attenzione di un mondo che ha issato il proprio vessillo insanguinato da rapine e delitti. 
Homo regnabit” grida oggi il mondo sull’onda di una rivolta contro l’ “usurpatore” dei diritti umani. Da un Bimbo deposto in una mangiatoia e finito miseramente in croce non c’è nulla d’aspettarsi. Finalmente avanza il superuomo profetizzato da Nietzsche. Nel vortice della fiera della vanità, il nulla è nascosto da schiamazzi, promesse vane, prospettive falsate e ingannevoli. Con la scusa di liberarsi dal fardello della Parola di D-i-o, le masse sono trascinate nel baratro del dissesto economico e di fratricide tensioni sociali. Si vede tuttavia crescere, e a dismisura, solo il potere di pochi, mentre la massima parte delle persone non è in grado di percepire l’inganno.
Siamo ripiombati nel caos dell’orgia messianica. In tempi e situazioni diverse e con modalità variate, da sempre s’affacciano come salvatori della patria gli eroi di un tenebroso museo di cera: promettono il paradiso in terra e conducono intere popolazioni alla rovina. Basta osservare i bellimbusti dei tempi moderni da Sabbatai Zevi (Smirne, 1626 – Dulcigno, 1676: mistico ebreo ottomano, considerato nel XVII secolo come un messia: N.d.c.) a Hitler a Stalin, fino, in sedicesimo, ai protagonisti della scena politica italiana. Ieri e oggi è sempre lo stesso meccanismo arrogante che viene azionato facendo leva sui disagi e le fobie. 
Quello che conta è farsi ricercare e accettare come il messia tanto atteso, colui che può risolvere i problemi, fare giustizia, eliminare gli avversari… fino a quando tutte le aberrazioni diventano lecite, scontate e sono ritenute virtuose. Dalla Corea del Nord all’Europa, dalla Cina alle Americhe e all’Africa è tutta una corsa verso la “liberazione” che finisce per rendere ancora più schiavi. Senza che la massima parte delle persone se ne renda conto. Anzi. È tutto un inneggiare esaltante al messia di turno.
In questo trambusto fumoso e assordante s’alza ancora con coraggio la voce del cantore e intona “Dominus regnavit”. Non ha accantonato D-i-o dalla sua vita, come tanti hanno fatto in modo religiosamente corretto. Senza bestemmie o urla. Semplicemente sostituendo all’incontro personale con D-i-o una sua caricatura, un’immagine fatta a nostra somiglianza. Un dio a misura della nostra stupidità, sempre pronto a darci ragione, a non importunarci più di tanto, fino a quando anche il suo nome svanisce nelle fitte nebbie di un mondo irreale.
Non sarebbe ora di svegliarci, scuoterci, renderci conto che sta iniziando un nuovo anno? Sarà realmente “nuovo”, rinnovatore cioè delle coscienze? Siamo ancora liberi di scegliere tra il Messia di Nazareth e i vari messia che occupano le stanze del potere.


Comunhão Dómine Dóminus noster, comentada por Tiago Barófio:

Nel formulario di questa domenica affiora ancora il tema dell’incarnazione del Verbo. Il Missale come antifona alla comunione presenta un verso della pericope evangelica (il prologo Gv 1, 1-18): “Omnibus qui receperunt eum, dedit eis potestatem filios Dei fieri” (Gv, 1, 12). Nel Graduale il canto riprende un verso del salmo 8 che apre e chiude l’inno davidico (Sal 8, 2 = 10). Quest’antifona di comunione nella tradizione era assegnata al II lunedì di quaresima; in seguito e saltuariamente si cantava anche il sabato delle Quattro Tempora di Pentecoste.
 
Assai forte è l’attrazione della tonica in questa melodia in II modo plagale che termina sul re sei delle otto parole di rilievo (Domine/terra, noster/tuum, nomen, universa). Il la grave, caratteristica peculiare del modo, appare solo all’inizio nella parte finale (in universa). Il nucleo forte della formula dossologica occupa la posizione centrale e costituisce pure il culmine melodico (si bemolle) con un prolungato ricamo sul la (quam admirabile est).  
Gesù - Emmanuele: sono questi i primi nomi con cui si riconosce il Verbo abbreviato nella carne mortale. Il primo nome sottolinea la dimensione soteriologica del Logos divino. La sua missione si riassume in un vocabolo: salvezza, con tutte le sfumature che man mano si riescono a decifrare e riconoscere nell’opera di D-i-o e nella storia dell’uomo. Siamo di fronte alla redenzione, al ricupero del peccatore, alla restituzione della dignità creaturale che trova proprio ora la sua massima espressione e bellezza. L’uomo è riconosciuto figlio nel Figlio. Fondamento, questo, del convivere sociale dove tutti sono coeredi del Regno, tutti sono chiamati a cooperare nella forza dello Spirito santo ...
Il secondo nome “D-i-o con noi” ribadisce la relazione unica instaurata dal Verbo con ogni persona che l’accoglie nella fede. D-i-o nel Logos si abbrevia ulteriormente nella Parola, si rende disponibile, sana fratture e colma distanze. Non solo Lui è uno di noi, ma noi siamo Lui.
 
Chiamati non solo a completare le sofferenze del Crocifisso, ma inviati a rendere tangibile nel mondo la sua santità, la sua verità, la sua vita. Essere “via” nell’aiuto reciproco di mediare i tesori che D-i-o a ciascuno affida in un gesto totalmente gratuito.  
Il salmo 8 invita il cantore e l’intera comunità a riscoprire l’indicibile nel quotidiano, a prendere coscienza che in ogni singolo istante ciò che è dato per scontato, in realtà è un fatto unico, irrepetibile. 
Un’occasione da valorizzare, una situazione che non si ripeterà mai più. Responsabilità bruciante. La persona si trova al centro del cosmo, circondata da gloria e onore, posta quale signore del creato. Universo da ricreare ogni giorno, da purificare e rendere fecondo, da abbellire e farne una dimora accogliente per tutti, nessuno escluso, grande e piccino, indigeno e forestiero, nel nome di D-i-o. Tutta la terra è invitata a risuonare e a trasmettere il Nome, farlo rimbalzare da notte a notte e da giorno a giorno. Con le labbra di piccini e di lattanti (sal 8, 3), purificate dai carboni che hanno reso profeta verace Isaia (Is 6, 6). “… Tutto hai posto sotto i suoi piedi, … gli uccelli del cielo e i pesci del mare …” (cfr. sal 8, 6-9). Qual è l’orizzonte della nostra esistenza? Ce ne rendiamo conto? Che cosa esprimiamo realmente con l’antifona di comunione?

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