domingo, 13 de novembro de 2011

Cânticos para o 33º Domingo do Tempo Comum / Dominica XXXIII per annum

Partituras
Próprio autêntico (PDF)
Ofertório com versículos (PDF)


Antífona do Intróito Dicit Dóminus, cantada pelo francês:





E comentada por Tiago Barófio:
Clicai e vêde.
 L’insolita formula iniziale (re re-sib-do re-do fa) si assesta a lungo su una recita che ha il suo perno nel fa, nota fondamentale della melodia in VI modo (fa plagale). La medesima formula è ripresa subito e prepara un arco elaborato (fa-do-fa) che evidenzia la parola pacis. Lo stesso arco è di nuovo percorso con una breve progressione discendente: si trascina evocando la gravità della afflictio. Per la terza volta l’arco (fa-do-fa) è proposta in un’espressisone più sobria (invocabitis me): introduce la sospirata risposta et ego exaudiam vos. Senza nessun fragore, quasi sottovoce e bisbigliata è la confidenza di D-i-o: reducam captivitatem vestram de cunctis locis.
Il testo è uno stralcio della lettera inviata dal profeta Geremia agli Ebrei deportati da Nabucodonor a Babilonia (29, 11.12.14). Lettera sofferta, non tace gli aspetti della vita che si vorrebbero ignorare, nascondere. La voce irrompe nella tragedia della prigionia vissuta lontano dalla patria e dal focolare domestico, nella dispersione della diaspora che mina alle basi la convivenza. Tante relazioni sono corrose dal sospetto, dalla mancanza di fiducia reciproca. Ci si aggrappa a ogni segnale di speranza. 
È lo spazio dove penetra la Parola per giudicare e redimere, consolare e orientare il cammino interiore prima di poter intraprendere la via del ritorno. È lo spazio dove s’insinua con abilità e potere di suasione la voce melliflua delle false prospettive, dei miraggi che spesso affascinano il popolo non più in grado di esercitare una scelta equa, di fare il discernimento tra gli spiriti che soffiano vita e quelli che fanno da battistrada alla morte.
Eppure il profeta non cede. Minacce e lusinghe non lo fanno indietreggiare. Il cantore riprende nel tempo il testimone. Ripete il messaggio in contesti sociali analoghi, diversi ma pur sempre simili. Cogito cogitationes: il progetto di D-i-o non è improvvisato in modo maldestro per tappare oggi una falla che domani si squarcerà in maniera più vistosa e violenta. Al contrario di tanti amministratori miopi, improvvisati e irresponsabili, abili soltanto a fare i propri meschini interessi, D-i-o rivolge lo sguardo su tutto il panorama della storia. Il suo è un programma cosmico. È elaborato in una prospettiva che congiunge l’inizio e la fine dei tempi. È nel segno della gratuità inciso nell’atto creativo. È nel segno dell’armonia che la pace sola riesce a realizzare. Pace, dono di D-i-o che si accoglie con tremore nel momento in cui Lo si trova dopo averLo cercato e ricercato con tutto il cuore (Ger, 29, 13).
La pace è l’unica via d’uscita dalle sventure. Pace non costruita in modo arbitrario a tavolino, dove si salvano le sole apparenze e si creano ulteriori tensioni e conflitti. Che delusione nell’osservare le tante “paci” stipulate dai politici e dai militari. Troppe sono le guerre volute da poche persone che dirigono un massacro dopo l’altro per imporre, così affermano, pace e giustizia, anche tra popolazioni che all’anagrafe risultano cristiane. 
Ogni giorno, decine di migliaia di volte sale una preghiera. Sembra non ascoltata. Ma forse non è più una preghiera, non sale dal cuore. È ridotta forse a un confuso farfugliare senz’anima:
“Signore Gesù Cristo, che hai detto ai tuoi apostoli: Vi lascio la pace, vi do la mia pace, non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa, e donale unità e pace secondo la tua volontà”.

Antífona do Ofertório De profúndis, pelo francês:




Comunhão Amen dico vobis, quidquid orantes petitis, cantada pelo eslovaco:




No Domingo do ano A, a comunhão é Domine, quinque talenta:


Aqui cantada pelo francês:




E comentada por Bruder Jacob:
Il Missale Romanum prevede due antifone che non hanno nessuna relazione con il Vangelo dell’anno “A”: “Mihi autem adhaerere Deo bonum est …” (sal 72, 28) e “Amen dico vobis, quidquid orantes petite …” (Mc 11, 23.24). Il Graduale propone uno stralcio del Vangelo odierno (Mt 25, 14-30): “Domine, quinque talenta …” (Mt 25, 20-21). Si sottolinea in questo modo il legame che, secondo l’unanime tradizione patristica, unisce il banchetto della Parola a quello eucaristico, il fatto cioè che è sempre l’unico Signore Gesù Cristo sia la Parola proclamata nel Vangelo sia il Cibo condiviso nell’Eucaristia.
La melodia in sol autentico (VII modo) si muove costantemente nell’ambito acuto. La confidenza del servo che rende conto del suo operato – ha raddoppiato la somma consegnatagli – dopo un’introduzione tortuosa si assesta sulla corda di recita, la dominante re. In un ambito più acuto, con frequenti punte sino al fa, risuonano le parole con sui il Signore esprime la propria soddisfazione e premia il collaboratore fedele. L’invito “intra in gaudium Domini tui” riprende una formula propria dei responsori e con serena pacatezza conclude il breve dialogo. Una sola minima osservazione: la penultima figura neumatica (scandicus subbipunctis resupino) mette in rilievo il si centrale, suono primario nella formula di cadenza in cui la III superiore si crea una tensione strutturale con la finale sol.
Le ultime parole che Gesù nella parabola mette sulle labbra del datore di lavoro portano con sé una risonanza che echeggia da lontano. Dalla creazione in poi, senza tregua, D-i-o da sempre condivide il suo destino con l’uomo. Sembra essere l’idea fissa che nulla riesce ad affievolire, neppure il tradimento e il peccato dei progenitori. Anzi, proprio nelle condizioni più disperate dove l’uomo s’inabissa, si manifesta sempre più l’amore di D-i-o.
Egli non rinuncia al suo progetto, non abbandona la creatura alla dissoluzione. La colpa da tragedia si ribalta e diviene la felix culpa cantata nella veglia pasquale. È l’inizio di una ri-creazione, un rinnovamento totale che vede progredire il peccatore nella via della giustizia e della santità. Perdonato e reso giusto dalla misericordia di D-i-o, l’uomo si mette al servizio del Creatore per rinnovare la creazione tutta. Collaboratore di D-i-o riconquista la fiducia dell’amicizia, è assunto nella famiglia divina e diviene a pieno titolo figlio di D-i-o.
La voce del cantore si fa strada nelle coscienze. Ciascuno è invitato a mettere da parte, almeno per un momento, gli affanni. Usciamo dalla soffocante strettezza interiore in cui le contrarietà quotidiane sembrano averci condannato. Quando tutto appare grigio e cala una nebbia opaca sulle prospettive future, frughiamo nel labirinto interiore, cerchiamo la brace schiacciata e nascosta dalla cenere.
Rompiamo i sigilli dell’oblio e chiediamo alla memoria di restituirci la coscienza delle scintille che potevano incendiare la nostra vita prima di sparire ed esaurirsi nell’oscurità.
Le scintille dei talenti: un decimo di talento forse, ma forse anche un talento intero oppure due, tre, dieci… D-i-o quando ce li ha consegnati aveva fiducia in noi. E Lui sapeva di che cosa eravamo capaci. Noi perdiamo la fiducia in noi stessi e così rinunciamo alla fede in D-i-o. Ma non è ancora perduto tutto. Il cantore canta di nuovo a ciascuno di noi “Euge serve bone et fidelis…”.


Missa cantada pelo Padre Armindo Borges na Igreja do Santíssimo Sacramento, na Calçada do Sacramento, em Lisboa, ao meio-dia e um quarto.

TPróprio da Missa do 33º Domingo do T.C. (.DOC)

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