domingo, 7 de dezembro de 2014

Música para o Domingo da Sagrada Família / Sanctae Familiae Iesu, Mariae & Ioseph

Isto é o Domingo que calha dentro da Oitava do Natal, ou então, na sua falta, o dia 30 de Dezembro.

Comunhão do Ano A, Tolle puerum et matrem eius, aqui comentada por Tiago Barófio:
Come canto di comunione il Missale Romanum propone il testo del profeta Baruch “Deus noster in terris visus est, et cum hominibus conversatus est” (3, 38). Il Graduale Romanum, per il solo anno “A” del ciclo triennale domenicale, mantiene l’antifona tradizionale “Tolle puerum et matrem eius”. Il testo (Mt 2, 20) si trova, infatti, nella pericope evangelica del giorno (Mt, 2, 12-15. 19-23). 
Il canto in sol plagale (VIII modo) disegna due ampi archi melodici, ciascuno dei quali ha una cesura mediana (matrem eius e sunt enim). Essa non interrompe il flusso vocale, ma prepara il culmine di ciascuna frase segnato da due analoghi ampliamenti melodici (terram e quaerebant). La semifrase iniziale indugia sulle parole che l’angelo del Signore rivolge a Giuseppe “Tolle - puerum - matrem eius”. Il messaggio è chiaro e rassicurante. Dopo la nascita avventurosa ai margini della società, dopo la fuga precipitosa in terra straniera, dopo un’esistenza vissuta nel segno precario della provvisorietà, dopo tante insidie e incertezze, finalmente l’annuncio atteso “vade in terram Israel/Iuda”. “Qui quaerebant” sono ormai resi totalmente inoffensivi dalla morte che li ha raggiunti prima che potessero togliere la vita al Bimbo. 
Molti sono i personaggi nel folto gruppo dei ricercatori, di quanti “quaerebant”. Con modalità differenti, con finalità assai diverse. Ci si trova immersi in un contesto sociale dove ci si lascia trasportare passivi dalla corrente più impetuosa e dalle mode imperanti. Si prende in mano la propria vita e con passione ci si fa strada, spesso contro corrente. Ci si lascia abbagliare dai lampi del mondo e ci si strema pur di raggiungere l’opulenza economica, il potere politico, quanto sembra assicurare solidità. Si rimane affascinati dal sorriso del Bimbo Gesù, dallo sguardo del Crocifisso. Con Pietro infedele e Tommaso incredulo, con Zaccheo e il pubblicano ci si mette in cammino, senza forse quelle certezze immediate che pensavamo di afferrare al volo; ma sempre in cammino si prosegue la ricerca. Nonostante ci si trovi vigliacchi come Pietro, perplessi come Tommaso…  
È l’itinerario dell’uomo che si ritrova straniero in patria, apolide, esule in continuo peregrinare, immobile sempre in fuga. Fino a quando la Parola indica il cammino del ritorno. Affrontare l’ignoto, poter contare solo sull’impotenza dei poveri, essere calpestati dalla codardia dei ricchi, essere cancellati dal cinismo dei potenti: sono tutte situazioni reali non riservate al passato. Sono ormai esperienza quotidiana che rivela le reali lacerazioni del tessuto umano.  
Il cantore non chiede solo pietà per la famiglia di Nazareth. Il suo canto richiama con urgenza la solidarietà con quanti oggi devono fuggire dalla propria casa. È l’inno che celebra il coraggio dei genitori affranti e prossimi ormai alla disperazione. È la consolazione dei piccini ignari e pur già proiettati in un mondo che può salvarsi se salva anche loro, gli ultimi degli ultimi. Eppure, oggi come ieri, sono loro, i bimbi totalmente indifesi e senza diritti, che costituiscono l’asse portante intorno cui si aggrega la famiglia, si rinnova la speranza.  
Tolle puerum et matrem eius” è la parola che tanti babbi percepiscono bisbigliata e poi sempre più forte sentono risuonare fino a quando intuiscono che è giunto il momento. Fuga ed esilio non sono sempre un fallimento. Possono essere il trionfo dell’amore. Alla sequela di Gesù, Giuseppe e Maria…

Cânticos para 4ª Feira de Cinzas / Feria Quarta Cinerum

Clicai e vêde.
Intróito Miseréris ómnium, comentado por Tiago Barófio:
Nel cantare la liberazione dalla schiavitù, Israel prende atto della clemenza di D-i-o nei confronti pure dell’Egitto. Con un mosaico di espressioni (Sap 11, 23a, 24b, 26), la Chiesa cerca di ricostruire il quadro della situazione. Oggi come ieri la creatura è chiamata a prendere coscienza di chi essa stessa in fondo è. Il discorso accumula una serie di realtà che si slanciano su un lungo arco dove possono essere messi in fila: all’inizio il Creatore, poi la sua opera che culmina nelle creature umane, quindi il cedimento di queste nel peccato, la successiva conversione nella penitenza, infine il perdono che ci fa ritrovare di nuovo il Signore, nostro D-i-o.
La storia della conversione inizia con l’avvertire nella sua concretezza l’amore di D-i-o. L’introito comincia con Misereris: TU hai pietà, TU sei misericordioso, TU ami. Il canto sottolinea questa parola evidenziando le due sillabe centrali con il torculus initio debilis che prepara la giusta accentuazione della sillaba tonica sul la culminante. Il salicus successivo sottolinea nuovamente l’ampiezza sconfinata dell’amore divino che a tutti si rivolge, perché nulla (scandicus quilismatico e ulteriore evidenza della dominante la) D-i-o disprezza di quanto ha creato. 
L’azione del perdono esplicita l’amore del Padre, è totalmente gratuito. Non è neppure imposto, ma esige un passo decisivo dell’uomo: il riconoscimento della propria miseria e l’accoglienza della misericordia divina attraverso la conversione nella penitenza. Fatto, questo, non secondario, come sottolinea l’ampiezza melodica che scandisce l’espressione propter paenitentiam.
Al Misereris iniziale fa da controcanto il duplice Miserere mei (Sal 56) della salmodia. L’invocazione nasce dal rinnovato dono di sé a D-i-o, nel quale si pone ogni fiducia, al quale ci si abbandona come il bimbo si adagia sereno e s’addormenta in braccio alla mamma.
Dopo aver ribadito più volte, nelle scorse domeniche, la necessità di togliere i veli che nascondono il volto di D-i-o, all’inizio della quaresima la Chiesa fa un passo ulteriore. Di fronte a D-i-o dobbiamo porci con la verità del nostro essere. Il cantore non può limitarsi a gorgheggi. È chiamato a ricuperare la pienezza del suono che nasce dal cuore. Deve inoltrarsi in un itinerario che s’affianca a quello in salita verso il Monte Tabor. È un cammino “in discesa” che porta nel profondo della persona sollecitata, prima di tutto, a togliersi di dosso ogni maschera, ogni forma d’ipocrisia. Poi ci s’inoltra nella camera segreta interiore, in quello spazio dove possono accedere solo D-i-o e l’I-o. Cammino in discesa che passa attraverso tre paesaggi in cui è messa alla prova la capacità di cantare la grazia di D-i-o, il dono della vita che si condivide con i fratelli e le sorelle. Nell’attraversare i paesaggi dell’elemosina tanto premurosa quanto discreta, della preghiera umile e sincera, dell’ascesi liberatoria e rasserenante (cfr. il Vangelo odierno, Mt 6), il cantore avverte la fatica della conversione. Deve far fronte a fallimenti ed errori, deve ricuperare ogni giorno nuove forze e solidità interiori che spesso provocano nuove tensioni, irrisioni, inimicizie, violenze ... 
Ma nel canto si realizza la Parola del salmista (sal 108, 4). Riceve insidie e disprezzo in cambio del suo amore. Fa di sé stesso una nuova esperienza. Non pronuncia e non canta più sole parole. Egli è preghiera.
13-2-2013


Antes do Evangelho canta-se o tracto Domine non secúndum, cujo 2º versículo é o Adjuva nos Deus, o qual mereceu uma composição de Mateus d'Aranda, aqui na interpretação da Capella Eborensis



E do Ensemble da Sé de Angra do Heroísmo.

Cânticos próprios do 10º Domingo do Tempo Comum / Hebdomada décima per annum

Clicai e vêde.
Intróito Dóminus illuminátio comentado por Tiago Barófio:
Questo introito in re plagale (II modo) ha in comune due importanti sezioni con due altri canti d’ingresso dello stesso modo. La parola iniziale Dominus è identica a Dominus fortitudo, mentre la conclusione infirmati sunt et ceciderunt ricalca la finale del primo introito di Natale Dominus dixit ... ego hodie genui te (con variante anche in Dominus fortitudo ... hereditati ... usque in saeculum). 
Dominus illuminatio è l’unico introito di II modo che presenta al suo interno una domanda, anzi due nel caso specifico. La prima domanda “quem timebo?” non ha avuto un riflesso sulla musica. Probabilmente si è preferito dare all’edificio melodico quell’impronta armonica che prevede in molti casi un’unica conclusione cadenzale alla fine della prima e dell’ultima frase delle composizioni gregoriane. La seconda domanda, al contrario, ha una rilevanza musicale espressa dalla sospensione melodica “a quo trepidabo?” fa-sol-la. 
L’impianto modale del re plagale è annunciato con chiarezza dalla formula iniziale con l’inizio dal la grave la-do-re e la sottolineatura della tonica re re-mi-re (cfr. gli introiti Cibavit, Dominus fortitudo, Ecce advenit, Laetetur cor, Veni et ostende). Un inizio ritardato dal la grave si ha in altri casi in cui la melodia parte dalla tonica re (Multae tribulationes, Terribilis est locus, Vultum tuum). 
Nelle tre frasi dell’introito si nota una progressione melodica all’apertura delle prime due: la-do-re e re-fa-sol, quest’ultima ripetuta all’inizio della terza frase. La melodia insiste sempre sul fa, elevandosi al sol nella parte centrale, nella saldatura tra II e III frase, per preparare l’apice melodico su qui tribulant quando si raggiunge il si bemolle acuto. 
Le parole del salmo 26, 1-2 esprimono una serena confessione di fede vissuta in una profonda serenità. Una leggerezza dello spirito – messa in evidenza dai frequenti gruppi strofici – che esprime un’esperienza vissuta dal cantore. La salmodia che s’intercala all’antifona d’introito (sal 26, 3), parla esplicitamente di momenti negativi quando un pericolo oppressivo incombeva quasi fosse un intero esercito. Pericolo che probabilmente si presenterà di nuovo senza tuttavia provocare panico e smarrimento. “Il mio cuore non temerà” non è altro se non la risposta alla Parola ripetuta da D-i-o nella storia d’Israel e nelle vicende quotidiane dei singoli individui “Non temere, IO sono con te” (chi può ripercorra le pagine della cantata di J. S. Bach “Fürchte dich nicht, ICH bin bei dir”).
Nel canto del coro gregoriano emergono le vibrazioni di un’esperienza vissuta che supera le emozioni superficiali provocate da una semplice lettura che lascia distaccati. Un conto è prendere atto che D-i-o illumina gli uomini, ben diverso è percepire nella propria esistenza il dirompere della luce che scandaglia tutta la persona sino negli angoli più reconditi. D-i-o è vissuto allora come presenza che cambia tutta la vita, è salvezza (libertà, direbbe M. Buber), presenza costante e protettrice che suggerisce la prima reazione di fronte alle angustie “quem timebo?”. Chi e cosa devo temere? In fin dei conti D-i-o si è rivelato una o più volte come il “defensor vitae meae”, difesa della mia vita, Egli “dà forza” e rende salda la mia vita, “a quo trepidabo?”. Di chi e di che cosa devo aver paura? Il superamento delle insidie e dei nemici, com’è avvenuto nel passato segnerà anche la mia e la nostra vita in futuro.

Cânticos para o 12º Domingo do Tempo Comum / Hebdomada duodecima per annum

Clicai e vêde.
Intróito Deus fortitudo plébis suae, comentado por Tiago Barófio:

Il salmo 27, 8-9 fornisce al canto uno dei testi più estesi degli introiti in re plagale (II modo). Dal la grave s’innesta una frequente formula d’intonazione (la-do-re re) come pure la cadenza finale sul re amplifica leggermente una tradizionale formula conclusiva per dare voce alle sei sillabe con cui termina il pezzo (usque in saeculum). L’apertura iniziale è ripetuta due volte (salvum, populum), mentre al la grave la melodia scende anche due volte (sui est, salvum fac). Pur raggiungendo all’acuto il sol, la nota principale rimane il fa che funge da reale dominante e, a tratti, da corda di recita. L’insistenza sul fa conferisce all’introito una valenza meditativa e invita ad un confronto con l’esperienza del salmista.
Il testo è una confessione di fede e volge lo sguardo su due scenari complementari, indissolubilmente collegati tra di loro. All’orizzonte della storia si stagliano due realtà: la comunità del popolo di D-i-o (plebs, populus, hereditas) e l’unto del Signore (Christus). I molti e il solo individuo non si contrappongono: sono i due aspetti dell’unica eredità di D-i-o. Egli forma e raccoglie intorno a sé la sua famiglia e non si limita a uno sguardo svogliato che non va oltre una massa anonima. D-i-o ha un occhio di predilezione per ciascuno, e soltanto così ama veramente tutti. L’individuo è solo, ma non scompare come un pulviscolo senza forma; scopre la propria dignità in quanto membro di una comunità sociale ed ecclesiale costruita vivis ex lapidibus.
La parola chiave è quel Christus che il salmista contempla quale unto di D-i-o (Christi sui). Il cantore è invitato a scolpire nel cuore quella parola su cui la melodia s’attarda per meglio interiorizzare l’esperienza davidica. L’unto è in primo luogo Gesù Cristo, re e sacerdote e profeta. Ma unto è anche il cantore che oggi avverte la propria responsabilità battesimale di vivere e testimoniare la propria vocazione e regale e sacerdotale e profetica. Vocazione e missione regale nel rivelare la supremazia e la potenza dell’amore dono dello Spirito; sacerdotale nell’essere e divenire – in modo sempre più trasparente – mediatore non solo tra D-i-o e l’assemblea orante, ma anche tra la comunità e il Padre delle misericordie; profetica nel gridare con la vita, esprimere con il silenzio, cantare con il cuore e la voce che D-i-o è Padre del Signore nostro Gesù Cristo nel vincolo dello Spirito santo.
Progetto ambizioso? No. È semplicemente la conseguenza di aver accolto il dono di D-i-o nel battesimo e nelle infinite situazioni che si sono moltiplicate in seguito, spesso senza che ce ne accorgessimo e le prendessimo sul serio. Progetto impossibile da realizzare? Certo. Ma non siamo noi i protagonisti della storia. Non siamo noi che dobbiamo mostrare i muscoli e attribuirci chissà quale virtù taumaturgica. Il progetto è di D-i-o. Noi siamo chiamati a collaborare con Lui. Cominciamo a riconoscere che Lui solo è la forza, il rifugio e la salvezza, la nostra benedizione e guida. Al momento opportuno vedremo che cosa è necessario realizzare. Illuminati e confortati dallo Spirito avremo anche il coraggio di agire.
Te Christum solum novimus / te mente pura et simplici / rogare curvato genu / flendo et canendo discimus (dall’inno Nox et tenebrae et nubila).

Cânticos do 20º Domingo do Tempo Comum / Hebdomada vigésima per annum

Clicai e vêde melhor.
Intróito Protector noster comentado por Tiago Barófio:
L’introito Protector noster ha varie sezioni in comune con Salus populi, un altro introito in mi di IV modo, che si canta nella XXV domenica. Nel canto odierno quattro apici musicali (do) sottolineano altrettante espressioni con un procedimento a chiasmo dovuto alla nota di partenza dell’arco melodico. La parole aspice e millia si cantano con uno slancio iniziale dal re grave; Christi (con abbellimento del do toccando il re) e dies una partendo dal fa. Un effetto particolare si trova nell’inciso quia melior est che raccorda le due frasi principali alterando con il si bemolle il nucleo sol-la-si-la, appena cantato con il si naturale (tui).
Il testo riprende alcuni stralci da un canto di pellegrini pieno di nostalgia (sal 84, 10.11 + 2 nella salmodia): “Quanto sono amabili le Tue dimore (v. 2), l’anima mia languisce e brama gli atri del Signore (v. 3), il nido presso i tuoi altari (v. 4), beato chi abita la Tua casa sempre canta le Tue lodi (v. 5), un giorno nei tuoi atri è più che mille altrove (v. 11), stare sulla soglia della casa del mio Dio è meglio che abitare nelle tende degli empi (v. 11)”. È un serrato accumularsi di espressioni traboccanti senza sosta da un cuore “ubriaco” di D-i-o.
Il pellegrino “trova in Lui la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” (v. 6). Viaggio difficile, pieno di incognite. La valle arida (con Eugenio Zolli è da preferirsi a “valle del pianto”) si trasforma in una sorgente (v. 7) che tonifica il pellegrino, infondendogli le energie necessarie all’incontro finale del viaggio.
Il verso 10 rivela il volto del pellegrino: è il consacrato da D-i-o, l’Unto di D-i-o, il Messia, Cristo Gesù secondo la tradizione cristiana che si riflette anche nella versione italiana. Tutto vero, senza tuttavia escludere quanti nel battesimo sono stati unti con il crisma, resi così partecipi della sua profezia e della sua regalità e del suo sacerdozio. In Cristo il Padre contempla il Figlio delle sue delizie. In Cristo il Padre contempla tutti i suoi figli adottivi. Figli se non rinunciano alla vita divina che si raggiunge attraverso il discepolato incondizionato al Servo di D-i-o, l’Agnello senza macchia, il Crocifisso e Risorto. Vita divina che dà un sua propria impronta all’esistenza quotidiana con la ovvia e naturale conseguenza. Fino a quando, finalmente, per ciascuno di noi davvero un giorno in preghiera in un oratorio è più che mille altrove, stare sulla soglia di una chiesa è meglio che abitare nei palazzi del potere. 
“Il Signore non rifiuta il bene a chi cammina e vive con rettitudine” (v. 12). In questa prospettiva il cantore non deve preoccuparsi di che cosa canta e come canta. Cercare prima il Regno. Il resto è un di più che verrà donato a suo tempo e nella misura adeguata alle condizioni di ciascuno. Ammesso che le mediazioni umane non siano rapaci e tolgano ai poveri ciò che loro spetta, defraudando gli ultimi e offendendo D-i-o. 
Nel suo impegno corale e nella vita di ogni giorno, il cantore è pertanto chiamato a testimoniare la fedeltà di D-i-o. Con la pace che deriva dall’abbandono alla divina Provvidenza. “Beato l’uomo che in Te confida” (v. 13).

segunda-feira, 1 de dezembro de 2014

Padre Paulo Ricardo pede um movimento para renovar a música litúrgica

Episódio 109 da série "ao vivo com o Padre Paulo Ricardo":




E como neste blog nada mais se pretende do que divulgar a boa música católica, escutai a versão portuguesa do Agnus Dei XVIII (MP3), o qual é cantado nas missas feriais do Advento, da Quaresma, e de defuntos, e cuja partitura adiante se apresenta (PDF):

Cordeiro de Deus, que tiras os pecados do mundo, apieda-Te de nós.
Cordeiro de Deus, que tiras os pecados do mundo, dá-nos a paz.
Cordeiro de Deus, que tiras os pecados do mundo, dá-lhes o descanso.
Cordeiro de Deus, que tiras os pecados do mundo, dá-lhes o descanso sempiterno.

segunda-feira, 13 de outubro de 2014

Cânticos próprios da 1ª Semana do Tempo Comum / Hebdomada Prima

Intróito In excelso throno, aqui comentado por Tiago Barófio:
L’inizio dell’anno sociale coincide all’incirca con l’inizio del tempo liturgico ordinario. Oggi la visione apocalittica riverbera un’eco delle celebrazioni natalizie ed epifaniche. Una folla di angeli – sottolineata dal culmine melodico dell’introito – canta unanime l’Uomo, il cui dominio è eterno. L’intreccio di citazioni profetiche (Daniele e Isaia) non dimentica la creatura. Attonita essa s’affaccia sulla scena e scopre il cammino aperto davanti a sé: è tracciato dai versi iniziali del salmo 99 cantati nell’alleluia e nell’offertorio.
Tutta la terra è chiamata a manifestare la propria gioia in un impegno di servizio vissuto con leggerezza, con la letizia zampillante dalla libertà e dalla riconoscenza per aver scoperto la via della vita (salmo 15, 11 antifona di comunione).
Sono questi – il canto di lode a D-i-o e la vocazione-missione realizzata nella gioia – i temi centrali che i canti del Proprium Missae ribadiscono più volte in questa settimana. Si tratta di gettare le fondamenta di un arco che s’innalza verso il cielo e troverà il suo culmine nel Triduo pasquale per poi scendere dolcemente nei mesi estivi e autunnali verso la conclusione dell’anno liturgico. Arcata ampia che si costruisce attraverso la successione di tanti brevi tratti in salita e discesa, momenti di gioia e spazi divorati dall’incertezza, dalla paura, dal fallimento.
Adimplebis me laetitia cum vultu tuo canta di nuovo il salmo 15 alla comunione: ci scuote e allontana l’ombra di gelide tristezze, mette in primo piano il sorriso di Gesù verso i pastori e i Magi, lo sguardo umile del Battezzato nelle acque del Giordano, gli occhi solidali e illuminanti che accompagnano il gesto inaudito che fa di un poco d’acqua botti di generoso vino inebriante. I magnalia compiuti da D-i-o nella storia d’Israel e dei poveri (salmo 71 del responsorio graduale) sono l’anticipo dei gesti – spesso nascosti e ovvi, talora sconvolgenti e inauditi – che lo stesso D-i-o compie anche oggi. Ma per vederli occorre lo sguardo della fede e la semplicità dei piccini. Occorre la radicazione in un'allenza con D-i-o, in forza della quale si squarciano le nubi e nella luce di mille arcobaleni si ode, si vede, si tocca con mano, si conosce...
Notas mihi fecisti vias tuas è sempre il salmo 15: ci invita a rientrare in noi stessi per poi volgere l’attenzione ai tanti segni della Presenza che sempre ci accompagna, discreta e vigile. Tu sei il D-i-o che fa meraviglie, risuona l'eco del salmo 76, 15. Nome che ci precede e che ci segue ovunque. Il D-i-o fatto Uomo ci tiene per mano affinché negli scivoloni non abbiamo a rimanere per terra (salmo 36, 24).
È indicativo che vedendoci muovere i primi passi nel tempo ordinario, la Chiesa metta nel cuore della famiglia liturgica questa preghiera: Ispira nella tua paterna bontà, o Signore, i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera, perché veda ciò che deve fare e abbia la forza (in latino convalescant) di compiere ciò che ha veduto.
Vedere e ricordare le opere di D-i-o per scoprire gli atteggiamenti veri da assumere, noi suoi figli, e le azioni da compiere. In un gesto creativo di totale gratuità. Durante un anno di “convalescenza”, nel ricuperare ogni giorno, anche in quello più “ordinario”, la dignità creaturale e battesimale. In excelso throno...


Comunhão Notas mihi fecisti vias vitae, aqui comentada por Bruder Jakob:
Sotto il profilo modale è uno dei canti più interessanti di tutto il repertorio gregoriano. Sono state infatti individuate nelle fonti medievali quattro valutazioni che assegnano l’antifona rispettivamente al re autentico (recensione con finale do ripresa nel Graduale Novum), al mi plagale, al fa autentico e al sol autentico (come nel Graduale Romanum del 1908 e nelle successive ristampe, compreso il Graduale Triplex).
La melodia in VII modo alla fine delle singole sezioni cadenza sul si e sulla tonica sol; entrambe queste note sono raggiunte alla fine di un arco melodico; tranne il segmento iniziale che scende dal mi al si. La presenza eccezionale del culmine melodico all’inizio del canto (mi) e la ripetizione “ossessiva” per quattro volte sul motivo mi-re fanno capire l’importanza dell’inciso “Notas mihi fecisti”, la cui forza va sostenuta con l’esecuzione assai articolata di tutte le note, anche per evitare una sequenza di suoni che altrimenti risulterebbero pesanti e senza senso.
Ci troviamo all’inizio dell’anno civile, nella prima settimana del tempo ordinario dell’anno liturgico. L’antifona sembra quasi la risposta all’implorazione accorata rivolta a D-i-o nella prima domenica d’avvento con le parole del salmo (24, 4). “Vias tuas, Domine, demonstra mihi; et semitas tuas edoce me” si è cantato con la salmodia dell’introito e con il verso del responsorio graduale.
Nell’evento natalizio si è contemplato il volto di D-i-o nel Logos fatto carne, divenuto un Bimbo che sorride e infonde letizia. Il Bimbo con lo sguardo e le manine trasmette dei segnali inequivocabili che tracciano il suo e nostro itinerario verso la Risurrezione e la Pentecoste, passando dal Tabor.
Si apre davanti a ciascuno un groviglio di vie e di indicazioni, talora contraddittorie, alcune fuorvianti; conducono in precipizi o si bloccano in vicoli ciechi. È difficile la scelta, tanto più che la curiosità, innata e spesso presuntuosa, sollecita a fare tentativi nell’illusoria certezza che “se va male, si ritorna indietro” (il che non è affatto vero. Ogni possibile ritorno non riconduce al punto di partenza, ma ad altri incroci).
Groviglio di vie, molteplici opportunità, richiami taciti e assordanti. Alcuni si scoraggiano. Si lasciano trascinare passivamente dalla corrente più forte, quella che sembra la più sicura, forse per infrangersi dopo poco in maniera fragorosa e disastrosa.
Notas mihi fecisti vias vitae” intona la voce del cantore. Incerto forse sulle proprie esperienze, egli pone tutta la fiducia nell’esperienza del salmista, nell’esperienza della Chiesa peregrinante, nei gesti sacerdotali, profetici e regali di Cristo. “La pietra scartata dai costruttori, è divenuta testata d’angolo”. Il Bimbo fragile del presepio è la roccia sicura su cui si può costruire una dimora salda capace di resistere a ogni bufera. Il Maestro itinerante, presente in tante comunità accoglienti e altre diffidenti e ostili, non solo ha pronunciato parole di verità, Egli è “la via, la verità, la vita”.
Come Maria a Betania, così il cantore ogni giorno si mette ai piedi di Gesù. Attraverso le pagine evangeliche il Verbo si fa presente, apre il cuore, condivide la sua missione, infonde nuova linfa alla vita. L’esperienza grazie al canto risuona in altri cuori, apre orizzonti di speranza. Si dischiude la via di un nuovo anno. Nel segno di Cristo salvatore.

domingo, 28 de setembro de 2014

'Et incarnatus est' polifónico

O Prior pediu-nos que preparássemos um Et incarnatus est polifónico para cantarmos durante a profissão de fé (Credo) que será cantada em canto gregoriano na Missa de Natal.

O Et incarnatus est de Spíritu Sancto ex María Vírgine et homo factus est é um momento de especial solenidade na profissão de fé, em que a Liturgia nos pede uma vénia, ou, no caso da Missa de Natal, que nos ajoelhemos com um joelho, ou com os dois, se o Credo fôr cantado.

Das inúmeras versões polifónicas de grande qualidade que existem para este cântico, escolhi a da Missa de Sancto Joseph de Gaspar Fernandes, para três vozes, por razões de comodidade coral: o superius para as vozes do côro infantil e feminino; o tenor para mim, que vou dirigir; e o bassus para o celebrante, que
sabe ler música.

Descarregar PDF, MIDI, Musescore.
Nota: na partitura original as vozes são 1º alto, 2º alto, e tenor;
nos compassos 13, 14, e 16, troquei as notas mais graves do soprano com as do tenor,
de modo a reduzir o âmbito do primeiro e evitar a descida aos sol e si graves.


Esta Missa encontra-se no volume XLIV da Colecção Portugaliae Musica da Imprensa Nacional-Casa da Moeda, no qual constam ainda várias peças polifónicas para a Missa e Liturgia das Horas, em Latim:



Gaspar Fernandes nasceu em Évora, em Portugal, entre 1565 e 1570, e durante a juventude foi instruído na arte musical na vibrante Sé catedral daquela cidade, tendo possivelmente sido discípulo de Manuel Mendes e colega de Filipe de Magalhães, dois dos melhores compositores portugueses de sempre. É possível que tenha sido organista naquela igreja.

Mais tarde, por volta de 1599, Gaspar Fernandes emigrou para o Novo Mundo, tendo ocupado ao longo da sua vida os cargos de cantor litúrgico, professor e vigilante dos meninos do côro, mestre de capela, e organista nas Catedrais da Guatemala e de Puebla, no actual México. Faleceu em 1629.

Durante a sua vida, para além das funções já aludidas, Gaspar Fernandes compôs centenas de vilancicos sacros, que são pequenas peças corais em língua vernácula (castelhano, português, e nos vários dialectos ameríndios e crioulos do Novo Mundo). O compositor reuniu ainda e copiou inúmeras peças polifónicas litúrgicas de autores europeus na posse das Catedrais do Novo Mundo nas quais trabalhou: coligiu-as em códices, organizados para o uso litúrgico, e para as peças que faltavam, preencheu ele mesmo o espaço vazio compondo as suas próprias versões polifónicas, originais. São estas últimas que figuram na edição da INCM aqui publicitada.

Os entendidos dizem que as composições de Gaspar Fernandes não são da máxima genialidade, face ao que à época se produzia na Europa. Mas suas vida e obra nos ensinam que o ministério de músico litúrgico na Igreja deve ser exercido com humildade: Gaspar Fernandes aceitou sair de Portugal, onde ficaram outros mais capazes do que ele; e, já no Novo Mundo, preferiu copiar, ensaiar e cantar composições alheias em vez das suas próprias.

Também nos ensina que o músico católico deve ser missionário junto dos mais pobres: Gaspar Fernandes dedicou-se ao ensino das crianças ameríndias, e compôs para elas músicas vernáculas de espiritualidade popular. E as suas composições litúrgicas mostram-nos o senso práctico de quem se preocupa simultaneamente com a dignidade exigida pelo culto divino e os limitados recursos disponíveis.

Ensina-nos finalmente que em música litúrgica não se fazem omeletes sem ovos: Gaspar Fernandes foi quem pôde ser porque recebeu a sua educação dos melhores professores do seu tempo, numa das igrejas mais opulentas e numa das cidades mais poderosas da Potência que então era Portugal. E toda a vida foi pago pelos seus serviços.


Por tudo isto, muito nos honra termos na nossa História, na nossa Igreja, e no nosso reportório alguém "semelhante a um pai de família, que soube tirar do seu tesouro coisas novas e coisas velhas."
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