domingo, 10 de abril de 2011

Música própria do Domingo de Ramos / Missa in Palmis de Passione Domini

Antes da Missa está previsto que se celebre fora da igreja a entrada messiânica de Jesus Cristo em Jerusalém, através de uma cerimónia com bênção dos ramos, leitura do Evangelho, procissão, etc..



Vários cânticos são tradicionais para este momento.

Enquanto o sacerdote e o diácono, revestidos de paramentos vermelhos próprios da Missa (ou com o pluvial), se dirigem para o lugar onde o povo está reunido, canta-se a antífona Hosanna Filio David (aqui pelo eslovaco):



Depois da qual, o Celebrante diz as orações de bênção dos ramos e se lê o Evangelho da entrada triunfal do Messias em Jerusalém. Segue-se a procissão até à Igreja onde decorrerá a cerimónia. Nesta procissão pode cantar-se a antífona Pueri Hebraeorum portantes (tollentes) ramos, e/ou uma outra antífona chamada Pueri Hebraeorum vestimenta posternebant, as quais são aqui comentadas por Bruder Jakob:
L’introito tradizionale delle Palme (Domine ne longe facias: sal 21, 20.22) nei libri odierni è anticipato al sabato. Qualora non ci sia il rito delle palme, è proposta quale canto d’ingresso l’antifona Ante sex dies. È un canto processionale presente già in numerosi testimoni (antifonario di Compiègne, Pontificale romano-germanico ...). La melodia, tuttavia, è inaccessibile alla massima parte dei cantori in Italia e di fatto sarà difficile assumere questo canto nella liturgia. 
Ante sex dies sollemnitatis Paschae venit dominus in civitatem Ierusalem, et occurrerunt ei pueri. In manibus portabant ramos palmarum, et clamabant voce magna dicentes: Osanna in excelsis. Benedictus qui venisti in multitudine misericordiae: Osanna in excelsis. (Benevento 34, 106v). 
Un testo analogo si trova nelle due antifone Pueri Habraeorum che sono facilmente reperibili. La melodia di queste brevi antifone in re utilizza la formula d’intonazione per raggiungere con slancio il la dominante e sottolineare l’azione dei pueri: tollentes/portantes ramos oppure vestimenta prosternebant. L’acclamazione Hosanna in excelsis nel secondo canto è amplificata in Hosanna filio David. Benedictus qui venit in nomine Domini. L’architettura delle due antifone è armoniosa e la melodia aiuta ad esprimere i vari spazi concettuali in cui emergono successivamente i protagonisti: Gesù (mai nominato, ma sempre presente), la leggerezza dei pueri, la loro azione di omaggio entusiastico che si conclude con una gioiosa professione di fede. 
Samuel Baud-Bovy pensava che le due antifone fossero derivate da un modulo ellenico. Eric Werner, con maggior ragione, collega le due antifone a una tradizione ebraica di Sukkot (festa delle capanne). Di sfuggita si può ricordare che il nuovo messale italiano traduce “Le folle degli Ebrei”, mentre il messale tedesco specifica “Die Kinder von Jerusalem”. 
I due canti propongono una dinamica che si può comprendere partendo dall’esito finale della scena, l’acclamazione osannante. Non è semplicemente un gridare per reagire a qualche emozione confusa. La parola esplicita il senso delle azioni che accompagna: le mani si prolungano verso il Cielo grazie ai rami e alle fronde agitate nell’aria. Ci si spoglie con reazione immediata e si copre la strada polverosa con le proprie vesti in segno di venerazione. Senza pensare che tutto si sporca e può diventare inutilizzabile; senza temere i rimproveri degli adulti di fronte a tali “esagerazioni” giovanili. 
Gesù è il primo protagonista: il suo sguardo trasmette una luce che affascina. La sua voce e le parole pur udite in frammenti attraversano le barriere delle tante resistenze. Il suo incedere a piedi e sull’asinello mostra la mancanza di ogni aggressività. Non cattura le persone con inganno e false promesse, le conquista con l’amore gratuito. 
Il secondo protagonista del Vangelo è ciascuno di noi. Nella misura in cui ricuperiamo la gioiosa libertà dell’innocenza, la verginità del cuore. Sollevando con leggerezza i pesi di quanti anelano al Cielo, ma sono calpestati dalla violenza. Liberandoci da vestiti e beni che non riescono a nascondere le nostre miserie. Le miserie scompariranno quando diventeremo misericordiosi e, con Cristo, saremo testimoni attivi della misericordia del Padre. Il canto nella liturgia proclama questa misericordia, canto di pueri anche quando la voce trema e si spezza per la malattia, l’età. Hosanna!
Antífona Pueri Hebreorum portantes ramos olivarum, cantada por uma menina eslovaca de 3 anos: Os meninos hebreus, levando ramos de oliveira, vieram até ao Senhor, clamando e dizendo: «Hossana nas alturas!»




Segue-se o hino Glória, laus et honor tibi , aqui cantado pela capela papal




Interpretação do eslovaco:




Ao entrar a procissão na Igreja, canta-se o responsório Ingrediente Domino. Ambas estas duas últimas peças foram musicadas em polifonia por Frei Manuel Cardoso.

Tracto, que substitui o Alleluia no tempo da Quaresma e noutras cerimónias penitenciais - e que nesta missa será cantada depois da Primeira Leitura, no lugar que o Salmo Responsorial lido habitualmente ocupa - será o Deus, Deus, respice in me, quare me dereliquisti? aqui na interpretação do eslovaco:



Comentário de Tiago Barófio a êste tracto:
II modo (re plagale)

Deus, Deus meus, respice in me: quare me dereliquisti?
Longe a salute mea verba delictorum meorum …
Annuntiabitur Domino generatio ventura, et annujntiabunt caeli iustitiam eius.
Populo qui nascetur, quem fecit Dominus
(sal 21, 2-9. 18. 19. 22. 24. 32 cfr. Mt 27, 46).
Più lungo del tratto della I domenica di quaresima, il canto odierno delle Palme è il più esteso nel repertorio del Proprium Missae. Dopo la festosa memoria dell’ingresso trionfale di Cristo a Gerusalemme, la Messa anche attraverso i canti sottolinea l’imminenza della tragedia: il dialogo con il Padre, parole raccolte da san Matteo (26, 42: antifona di comunione), è il preludio alla passione del Signore Gesù che culminerà nella suo sacrificio. Siamo ormai prossimi alla morte di croce, come sottolinea il responsorio graduale “Christus factus est obediens” (Fil. 2, 8-9). A questi testi la tradizione manoscritta italica aggiunge tra i canti processionali anche il responsorio prolisso (cantato di solito il giovedì santo su testo di san Matteo 26, 39a. 41b. 42b. 39b) “In monte Oliveti oravi (oravit Iesus) ad Patrem: Pater, si fieri potest, transeat a me calix iste. Spiritus quidem promptus est, caro autem infirma. Fiat voluntas tua”. VERSUS “Verumtamen non sicut ego volo, sed sicut tu vis”.
Vero D-i-o e vero uomo, Cristo non si è sottratto a una situazione che spesso affligge tante persone. Sono i momenti di smarrimento e di confusione. Le prospettive chiare e previdibili improvvisamente sono inghiottite da una fitta nebbia tenebrosa. Un gelido brivido lascia sgomenti. Si sgretolano i punti saldi di riferimento su cui si fondavano le certezze e le speranze. Ci si sente abbandonati dagli uomini e, fatto più inquietante, anche da D-i-o.
Cristo ha affrontato la passione, la desolazione del Gethsemani e la salita al Colle del teschio, senza atteggiarsi a eroe. La sofferenza fisica, l’irrisione e la violenza delle calunnie hanno messo a nudo la sua umanità in tutta la sua fragilità. E in tutta la sua dignità che né sputi né schiaffi né spinte cattive riescono a soffocare e deturpare. Alla fine, nel momento supremo dell’agonia e della morte, la sua persona non reagisce con nessuna ribellione. Tutto in Lui e da Lui emana pace, misericordia, perdono, solidarietà.
Noi stessi possiamo trovarci in situazioni analoghe a quelle di Cristo. Quando il mondo ci crolla addosso e sotto mille schegge o calcinacci avvertiamo che ormai tutto è finito. Non sempre però si muore. Non sempre la morte pone un termine benedetto a tanta angustia. Spesso è più faticoso continuare a vivere. È più complicato imparare a vivere, aprirci a un orizzonte più ampio, a convertirci orientando la nostra esistenza secondo la Parola. Parola abbandonata, dimenticata per fare spazio a chiacchiere che sembravano rassicurare e promettere il paradiso in terra. Parola che occorre accogliere con la mano tremante dell’accattone, senza volerla dominare e piegare ai nostri capricci.
In Cristo anche ciascuno di noi, nessuno escluso, ha superato il conflitto che prima o poi tutti affrontano con se stessi. E con gli altri. Anche con D-i-o: a volte ci sembra precipitoso e troppo impulsivo, talora insopportabilmente lento e disattento. In Cristo si saldano le nostre piccole esperienze con le sue e con quelle di David. La voce del re poeta assume il timbro dei nostri cuori e ci accompagna nel cammino della salvezza fino a quando scopriremo che D-i-o non ci ha abbandonati. Allora annunzieremo anche noi la sua giustizia “Ecco l’opera del Signore” (sal 21, 32b).

Depois da Segunda Leitura, canta-se o Gradual Christus factus est, que em tempos adaptámos para Português: Cristo fez-se obediente até à morte, e morte de cruz (MP3):



Sobre este gradual, comentou Fúlvio Rampi:

Obras maestras del canto gregoriano / El gradual de la Pasión

Se canta el Domingo de Ramos y el Viernes Santo. Aquí en una nueva ejecución que nos ofrecen los "Cantori Gregoriani" y su Maestro

de Fulvio Rampi




TRADUCCIÓN


Cristo se hizo obediente por nosotros hasta la muerte,
la muerte de cruz.

Por lo cual Dios le exaltó
y le otorgó el Nombre que está sobre todo nombre.

Cristo se hizo obediente por nosotros...

(Filipenses 2, 8-9)



ESCUCHA




GUÍA A LA ESCUCHA


El gradual “Christus factus est” es una de las piezas más conocidas del repertorio gregoriano. Aunque no es una pieza popular (está compuesta en un estilo decididamente florido y por esto se asigna a la schola para la parte responsorial y al solista para el versículo), su notoriedad deriva sobre todo del célebre texto paulino al que hace referencia y por la colocación litúrgica dentro de la Semana Santa.

Sin embargo, también en este caso, como en otros cantos gregorianos del repertorio cuaresmal, se puede observar una colocación que ha variado en el tiempo. Hasta la edición del "Graduale Romanum" de 1974, al que hacemos hoy referencia,  esta pieza constituía el gradual (el canto que sigue a la primera lectura) de la “Missa in Coena Domini” del Jueves Santo.

Empero, su  utilización se extendía también a la liturgia del Oficio Divino y correspondía a todo el Triduo sacro, con modalidades de ejecución particulares: el Jueves Santo se cantaba sólo la primera frase (“Christus… usque ad mortem”), el Viernes se añadía la segunda frase, completando de esta manera la parte responsorial (“mortem autem crucis”) y el Sábado se ejecutaba toda la pieza con el versículo “Propter quod…”.

El "Graduale Romanum" de 1974, fruto de la última reforma litúrgica, ha asignado a esta pieza una nueva doble colocación: de hecho, la encontramos tanto en la misa del Domingo de Ramos, como en la acción litúrgica del Viernes Santo. En ambos casos no está prevista después de la primera lectura, que está seguida por un tractus, sino después de la segunda: una ubicación anómala, pues se ha sustituido la habitual presencia de un tractus antes de la lectura evangélica por un gradual. La sucesión de los cantos entre las lecturas, antes del "Graduale Romanum" de 1974, preveía en el orden el gradual “Tenuisti” y el tractus “Deus, Deus meus” el Domingo de Ramos; mientras que el Viernes Santo, excepcionalmente, había dos tractus sin ningún gradual (“Domine audivi” ed “Eripe me”).

El desplazamiento del gradual “Christus factus est” de su sede original del Jueves Santos al Domingo de Ramos, además de determinar la susodicha anomalía, ha oscurecido un poco el poderoso valor expresivo que emerge precisamente de la sucesión pensada antiguamente para los cantos de la “Missa in Coena Domini”.

Efectivamente, era en este preciso contexto donde el gradual fungía de “título” del recorrido del Triduo pascual. La misma misa del Jueves, elegida como lugar litúrgico más idóneo para este gradual un poco particular, cuenta también con la presencia, en los antiguos códices, de un ofertorio igualmente especial: “Dextera Domini”. El texto de esta pieza está sacado del salmo 117: “Dextera Domini fecit virtutem… Non moriar, sed vivam et narrabo opera Domini” (La diestra del Señor hace proezas… No he de morir, viviré para contar las hazañas del Señor). Proclamar este texto de alabanza al inicio del Triduo pascual, acompañado por la abundante riqueza musical que le añade el canto gregoriano, representa una fuerte provocación, en parte edulcorada por el desplazamiento de esta pieza, como sucede en el "Graduale Romanum" de 1974, a la Vigilia Pascual. Cantar el mismo texto al inicio o al final del gran triduo no tiene el mismo valor simbólico.

Pero volvamos a nuestro gradual y descubramos sus características más relevantes.

Ante todo el texto. Se trata del célebre himno paulino contenido en la Carta a los Filipenses, pero con un añadido de especial importancia en la primera frase: el texto bíblico, de hecho, no incluye la puntualización “pro nobis” (por nosotros) que, en este específico contexto resulta ser una novedad decisiva en la construcción musical de la parte responsorial.

En lo que respecta a la construcción musical, nos encontramos frente a un gradual de quinto modo. En el gran capítulo de la estética gregoriana, dicha clasificación neta define de antemano la naturaleza estilístico-formal de la pieza en cuestión: se trata, en este caso particular, de una melodía centón, es decir, de una composición mosaico, formada por la yuxtaposición (la centonización) de unidades musicales. La semejanza entre los numerosos graduales de quinto modo, esparcidos en el repertorio de las misas, deriva precisamente de este tesoro de fórmulas unidas de diferentes maneras en textos distintos, pero vinculadas entre ellas por una matriz expresiva común.

En nuestro caso, además, la referencia mayor es otro gradual de quinto modo, que recita así en la parte responsorial: “Ecce sacerdos magnus, qui in diebus suis placuit Deo” (He aquí el gran sacerdote, que en sus días gustó a Dios). Es un texto del libro del Sirácida, que los antiguos códices gregorianos sitúan como conclusión del año solar en el día de San Silvestre. Sin embargo, es evidente la lectura cristológica que ofrece de él el canto gregoriano: Cristo es el gran sacerdote, Aquel que se ha hecho por nosotros obediente hasta la muerte en la cruz. Los dos graduales “Christus” y “Ecce sacerdos” son totalmente idénticos y se iluminan el uno al otro con una exégesis sonora recíproca: en este caso, más que de una melodía centón, se podría hablar de melodía tipo, es decir, de una melodía enunciado que abraza toda la composición.

La línea melódica del gradual “Christus factus est” necesita algunas breves observaciones.

En el primer inciso, el recitativo con la reiteración de la nota Fa (o sea, la cuerda representativa de la modalidad de pertenencia de la pieza) está interrumpido por una vistosa ornamentación de notas en correspondencia con “pro nobis”. Antes de llegar al agudo, la melodía se demora precisamente sobre este añadido al texto paulino y alarga al mismo tiempo los valores de cada uno de los sonidos. La desproporción entre el recitativo inicial y esta solemne amplificación melódico-rítmica es evidente y manifiesta la clara intención de asignar a esta primera cadencia un peso expresivo de especial relevancia. Es “por nosotros” que Cristo ha obedecido: este es el concepto que el canto gregoriano, en esta semana tan central en el recorrido del año litúrgico, quiere resaltar recurriendo a sus técnicas compositivas más eficaces.

Además, si volvemos a considerar la destinación original de este gradual, ¿cómo dejar de asociar íntimamente este “pro nobis” con la liturgia eucarística del Jueves Santo? ¿No es acaso en el contexto de la última cena, - que la “Missa in Coena Domini” rememora de manera especial -, dónde Cristo ofrece su cuerpo y su sangre “por nosotros”?

Después de un perentorio ascenso en la parte central del “responsum” (confiado a la schola), el arco melódico vuelve a tocar las regiones graves en correspondencia con la última palabra: “crucis”. La importancia de este sustantivo, visto el contexto, es evidente y se expresa musicalmente por el prolongado melisma en la sílaba final.

Por último, hay espacio también para algunas ilustraciones melódicas del texto: de hecho, nuevamente sobre esta última sílaba se toca la nota más grave (Do) de toda la pieza, imagen del extremo descenso de Cristo en la cruz.

Con la misma lógica y con carácter opuesto, el arrollador versículo solista toca, inmediatamente después, las regiones agudas extremas. Después de haber resaltado, en la parte responsorial, la “kénosis” de Cristo, el canto gregoriano proclama con el versículo su exaltación y celebra “el Nombre que está sobre todo nombre”.
__________

La partitura musical reproducida más arriba está tomada del "Graduale Triplex seu Graduale Romanum Pauli PP. VI Cura Recognitum", Abbaye Saint-Pierre de Solesmes, 1979, p. 148.
11.4.2014 

Segue-se a Leitura da Paixão.

No ano A, lê-se do Evangelho de São Mateus. Eis a mística composição de Diogo Dias Melgás para esta proclamação solene:





O Cântico da Comunhão é a antífona Pater si non potest hic calix transiri, aqui comentada por Bruder Jakob:
L’antifona è tratta dal dialogo di Gesù con il Padre nel Getsemani. Il testo è inserito nella “Passione” secondo Matteo (26, 14- 27, 66): “Pater, si non potest hic calix transire, nisi bibam illum, fiat voluntas tua” (Mt 26, 42). La melodia in sol plagale (VIII Modo) è caratterizzata dall’inizio che sottolinea in modo particolare l’invocazione “Pater”. Il canto si muove con serenità ed evidenzia con le note acute do/re la confessione dell’obbedienza totale del Figlio (“nisi bibam, fiat”) che si abbandona alla “voluntas tua” nella quiete della conclusione finale sul sol
L’elemento musicale più interessante si concentra sulla parola “Pater”. Il Graduale Romanum scrive do-do / si-si-la. Il Graduale Novum propone si-do (pes quadrato)/ la-si-la (torculus speciale initio debilis); le stesse note anche nel graduale Painiano 19, 80r. Nella versione melodica dell’antifona, in una recensione globalmente più fiorita, nel graduale romano Bodmer 74, 72r si legge do do-si / la-si-do-re-do-si-la si-do-si-la-si.
Il fatto che Gesù realizzi la volontà del Padre e sia disposto a bere il calice nonostante ciò che sul piano fisico/materiale e spirituale/simbolico ciò comporta, si spiega con un solo fatto. Gesù è il Figlio amato con predilezione, come si è appreso più volte, da Betlemme a Gerusalemme, dal Giordano al Tabor e via via nelle varie teofanie e nei miracoli rivelatori del D-i-o Trino e Uno. 
Questo è l’aspetto fondante. Ma decisivo nelle vicende del D-i-o incarnato è l’amore che il Figlio nutre per il Padre. Amore che si traduce nell’ascolto incondizionato di un’obbedienza totale. Fino a bere il calice che noi, certamente, avremmo rifiutato, perché contro ogni logica umana, contro il cosiddetto buonsenso.
Nell’arco di una vita, a tutti può accadere di affrontare la prova del calice. Anche nella vita quotidiana, quella “normale”, ci sono obbedienze che san Benedetto giudica impossibili. Momenti che si possono affrontare e accogliere soltanto nell’atteggiamento del pieno abbandono alla volontà di D-i-o. Situazioni apparentemente assurde, perché non seguono i tornanti di ragionamenti logici. Condizioni disperate, perché ci fanno scontrare con i nostri limiti. Senso di totale impotenza, perché una o tante volte abbiamo dovuto ammettere, in casi analoghi, la nostra disfatta.
Il problema fondamentale rimane D-i-o. Innanzitutto il Padre. Spesso ricostruito a nostra immagine e somiglianza, attribuendogli – gonfiandoli all’inverosimile – i connotati positivi del nostro babbo, della nostra mamma. Dopo l’incarnazione del Verbo, possiamo metterci alla presenza del Padre solo nello stesso Verbo incarnato. È la vita in Cristo che ci permette di trovare atteggiamenti interiori ed espressioni di comunione con il Padre (ed è dall’esperienza mistica del Padre celeste, che siamo in grado di ricuperare il giusto rapporto con nostro padre e nostra madre). 
Non metteremo sulla bilancia delle nostre facoltà e dei nostri interessi gli elementi rassicuranti che di solito premono per questa o l’altra decisione, quanto ai nostri occhi giustifica determinate scelte. “L’amore per la logica”, diceva un tale, “spesso soffoca la logica dell’amore”.
Accettare il calice non è un gesto azzardato, né esprime un’orgogliosa supponenza. Se lo accettiamo, non è in forza di quanto siamo e possiamo fare da noi. È sempre dono gratuito dello Spirito. Forza pneumatica che anche in noi si manifesta al vertice di un cammino, alla vigilia della risurrezione, nel momento supremo della com-passione e con-morte, realtà vissuta, nostra partecipazione al destino dell’Uomo-D-i-o.




gravação pelos magníficos Cantori Gregoriani de Cremona, sob a direcção de Fulvio Rampi no programa semanal La Domenica con Benedetto XVI, das antífonas Hossana Filio David (03:10) e Pueri Hebreorum (5:00) para a procissão do início da Festa, seguidas da explicação do maestro (6:45) e do gradual Christus factus est (9:30):



Ainda sobre vários destes canticos para o Domingo de Ramos, comentou a Prof.ª Idalete Giga:






Em 2011 cantámos os cânticos que seguem abaixo num documento do Scribd, com as traduções para português das orações em latim; podeis descarregar e imprimir à vontade.

Proprium de Dominica in Palmis de Passione Domini
No Ofertório cantámos a antífona Iudica causam meam proposta pelo Graduale Simplex (GS) prescreve música a ser cantada pela schola e pelo povo alternadamente. Já agora, para quem desconhece, o GS é um livro muito útil às igrejas mais pequenas que careçam dos recursos necessários para o cumprimento das rubricas mais exigentes dispostas noutros documentos, em matéria de música litúrgica.

G&T: edição do Graduale Romanum, com reconstituição melódica e notação primitiva de Anton Stingl jun., disponíveis no sítio Gregor und Taube, que contempla o resultado da investigação paleográfica e semiológica mais recente desenvolvida pela secção alemã da Associação Internacional de Estudo do Canto Gregoriano (AISCGre), responsável pela revista Beiträge zur Gregorianik.
CAChants Abrégés des Graduels, des Alleluias et des Traits pour tout l'anné sur des formules psalmodiques anciennes.



Acabada a Missa, depois da bênção de despedida do sacerdote e da resposta do povo "Deo Gratias" / "Graças a Deus", cantàmos a antífona mariana tradicional do tempo litúrgico da Quaresma, igualmente do conhecimento do povo, Ave Regina Caelorum. Deixamos a nossa gravação, que esperamos ser útil a todos vós que estais obrigados por condição ou devoção a cantar o Ofício Divino (cfr. Vaticano II, Sacrosanctum Concilium e.g. nº 99):


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